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	<title>Sposati e sii sottomessa</title>
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	<description>Il blog di Costanza Miriano</description>
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		<title>Sposati e sii sottomessa</title>
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		<title>Retablo &#8211; Tavola seconda: Il bello</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 23:01:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Bovolenta     Perfectio Conversationis Ho pensato a lungo alle critiche di alcuni utenti di questo blog, persone che stimo e che han detto più volte che c’è troppo pessimismo, troppo attacco al mondo, troppo cattolicesimo barricadiero in alcuni post. È vero. Io stessa ho questa tendenza e la prima parte del mio Retablo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3304&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/p1000199.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3305" title="P1000199" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/p1000199-e1329483349526.jpg?w=300&#038;h=240" alt="" width="300" height="240" /></a></p>
<p><strong>di Daniela Bovolenta    </strong><em><a href="http://perfectioconversationis.wordpress.com/"> Perfectio Conversationis</a></em></p>
<p>Ho pensato a lungo alle critiche di alcuni utenti di questo blog, persone che stimo e che han detto più volte che c’è troppo pessimismo, troppo attacco al mondo, troppo cattolicesimo barricadiero in alcuni post. È vero. Io stessa ho questa tendenza e la prima parte del mio Retablo sembra la descrizione di un incubo alla Orwell, senza speranza né gioia.<span id="more-3304"></span></p>
<p>Forse c’entra anche l’indole personale, oppure la storia di ciascuno di noi: io sono stata segnata da tante cose, tra cui la <a href="http://www.gesuiti.it/linguaggi/129/190/873/192/780/schedabase.asp">meditazione sui due stendardi</a>, che si fa durante gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola,: “<em>Il primo preludio</em> è la storia. Sarà qui come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera e Lucifero al contrario sotto la sua”. Durante gli Esercizi siamo chiamati a scegliere sotto quale bandiera, in quale esercito militare: che ci sia una guerra, è dato per scontato. Ma di questa guerra la storia è già scritta. Un esercito ha già vinto, per sempre, il suo antagonista. Non è così difficile la scelta.</p>
<p>È difficile amare i nostri nemici. Guadagnarli al nostro esercito, per quanto possiamo. Ecco, in questa lotta, non dobbiamo dimenticare le regole della cavalleria: scontro leale, un braccio teso al nemico disarcionato. Soprattutto, vero amore per le anime, che si può sposare soltanto con un sincero amore per la verità e dunque orrore per il peccato.</p>
<p>Il punto è che gli uomini, per loro natura, non sono portati a ragionare correttamente mentre li minacciamo con un grosso bastone. Né, curiosamente, diventano più aperti alla Grazia mentre organizziamo contro di loro un attacco frontale. Tali attacchi andrebbero riservati all’errore, non all’errante. L’errante si conquista al vero – che è preludio al Vero – con sguardo limpido, genuino interesse, vero amore, non di quella melassa che riempie schermi e canzonette, l’amore di cui si dice “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ecco, questo amore all’interno di una battaglia, c’è chi sa esprimerlo meglio di altri. C’è chi sa dare dei segni. Dal canto mio, so di non essere stata convertita da un esercito –per quanto vittorioso – ma da un’immagine del Paradiso. E più specificamente, dalla Bellezza di tale immagine. Nulla mi è sembrato più vero, in vita mia, di tale bellezza.</p>
<p>“A Dio si arriva attraverso il vero, il buono e il bello. La Rivoluzione – intesa dalla scuola contro-rivoluzionaria come processo di attacco al cristianesimo che percorre tutta la storia dell’Occidente moderno – ha reso particolarmente difficile, tanto più per i laici immersi nel mondo, cogliere il vero e il buono. Rimane il bello, ed è significativo come la scuola contro-rivoluzionaria del XX secolo abbia insistito sulla <em>via pulchritudinis</em>, la via del bello, non certamente come l’<em>unica</em> via spirituale del nostro tempo ma come una via specialmente adeguata ai laici nell’epoca della Rivoluzione” (Massimo Introvigne, vedi <a href="http://www.cesnur.org/2009/mi_oliveira.htm">qui</a>). La bellezza, è il segno che resta di due millenni di civiltà cristiana: continua ad attrarre e volgere le anime verso il mondo spirituale che l’ha prodotta.</p>
<p>Chiese romaniche, musica barocca, arte gotica, mosaici bizantini, canto gregoriano, vetrate cattedrale, la “bellezza” del pensiero di sant’Agostino e san Tommaso, monasteri sparsi per l’Europa, chiostri cistercensi, Dante e Manzoni, possono essere non solo morti resti del passato, ma ciò che alla fine conta, ciò che abbiamo da passare al futuro, ciò che ci caratterizza. Ecco, la via della bellezza è la via che porta a Dio guardando un paesaggio in montagna o una tempesta sul mare, ma anche le opere degli uomini innalzano l’anima, se vengono da un’autentica ricerca di Dio. Possiamo chiederci se nell’epoca presente siamo ancora capaci di produrre gli stessi capolavori di arte e bellezza del passato, ma non credo che si possano rincorrere le forme, bisogna risalire alla sorgente, che è la ricerca di Dio.</p>
<p>Il massimo della bellezza, in vita mia, l’ho visto in monastero, durante l’ufficio liturgico dei monaci in canto gregoriano e ancor più durante la Messa conventuale, autentico anticipo di Paradiso in terra.</p>
<p>E qui, circolarmente, ricomincia la riflessione sul <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/02/23/retablo-tavola-prima-il-vero/">vero</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La prima parte <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/02/23/retablo-tavola-prima-il-vero/">QUI</a></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/costanzamiriano.wordpress.com/3304/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/costanzamiriano.wordpress.com/3304/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3304&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Retablo &#8211; Tavola prima: Il vero</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 23:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autori vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Bovolenta     Perfectio Conversationis Il mondo è in frantumi, lo diceva già una trentina di anni fa Solgenitsin, e non aveva ancora visto il peggio. Il sociologo Giuseppe De Rita, nel 44° Rapporto annuale del Censis (2010), parla di “società coriandolare”, ancor più disgregata rispetto a quella “liquida”, descritta da un altro sociologo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3300&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/681x454.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3301" title="681x454" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/681x454.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>di Daniela Bovolenta    </strong><em><a href="http://perfectioconversationis.wordpress.com/"> Perfectio Conversationis</a></em></p>
<p>Il mondo è in frantumi, <a href="http://www.sandrodiremigio.com/blog/1978_un_mondo_in_frantumi_solcenicyn.htm">lo diceva già una trentina di anni fa Solgenitsin</a>, e non aveva ancora visto il peggio.</p>
<p>Il sociologo Giuseppe De Rita, nel 44° Rapporto annuale del Censis (2010), parla di “società coriandolare”, ancor più disgregata rispetto a quella “liquida”, descritta da un altro sociologo, Zygmunt Bauman.</p>
<p>Come siamo finiti in coriandoli?<span id="more-3300"></span></p>
<p>Stracciando sempre più i rapporti che legano l’uomo a Dio, poi quelli che legano l’uomo all’uomo, infine i legami interni che tengono unito l’uomo in sé stesso. A ogni pezzetto che andava in frantumi, ci siamo appellati a qualche libertà, a qualche bisogno reale, senza comprendere che ci consegnavamo, mani e piedi legati, ai nostri nemici o, se volete, al Nemico.</p>
<p>Ma il primo passo, quello che più conta, è stata la mistificazione del concetto di verità.</p>
<p>Siamo piombati nel mondo dell’opinione: quella di Lutero e dei suoi seguaci, che non vollero sottomettersi all’autorità della Chiesa, e poi passo passo l’opinione che accampa pretese nei confronti di ogni altra autorità, quella di chi crede che si possa decidere della vita e della morte in piena autonomia, nell’aborto e nell’eutanasia, l’opinione di <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/02/11/di-padre-in-figlio/">chi vuole addirittura rinnegare l’evidenza di maschile e femminile</a>, trasformandola in una libera scelta, un’opzione volontaristica tra tante.</p>
<p>Non che la verità sia semplice: è una tensione, un lavoro, una responsabilità. Ha i suoi rischi, come tutto.  Ha i suoi vantaggi, però, per i quali è insostituibile: è roccia a cui poter tenere ancorato il pensiero, è solida, si impone, è valida moneta di scambio tra uomini.</p>
<p>La verità ha come primo presupposto la convinzione che ci sia un mondo al di fuori di noi almeno parzialmente conoscibile e come secondo presupposto la persuasione che abbiamo gli strumenti &#8211; intelletto, logica, sensi e loro estensioni artificiali &#8211; per conoscerlo.</p>
<p>Contra facta non valet argumentum, dice un vecchio adagio. Ecco, mi guardo attorno e vedo un mondo che accampa argomenti su argomenti contro i fatti, al punto <a href="http://www.tempi.it/chi-difende-la-tradizione-cristiana-destinato-beccarsi-qualche-minaccia-di-morte-come-phillips">da negare l’esistenza dei fatti stessi,</a> riconoscendo valore fondativo ai soli argomenti. Senza verità, siamo tutti coriandoli isolati, senza capacità di comunicare, in grado soltanto di prevaricare o essere prevaricati. Senza verità, siamo disperati, perché ciò che la nostra mente ha autonomamente creato, in un attimo la nostra mente può autonomamente distruggere. Senza verità, a nulla serve la famiglia, ci saranno mille famiglie e infinite combinazioni possibili di esseri umani e relative pulsioni e figli concepiti nel più antico dei modi e poi in mille altri modi ancora, tutti i modi essendo intercambiabili. Famiglia non sarà più il nucleo che dura nel tempo, che trasmette la vita e la cura, specie nei più deboli: bambini, malati, anziani. Famiglia sarà un nucleo provvisorio di rivendicazioni infinite: case, patrimoni, figli come beni da assegnare, pensioni, sgravi fiscali. Nascite da programmare, eutanasie da calendarizzare. Senza verità, l’uomo in sé stesso è un oggetto auto costruito/auto distrutto.</p>
<p>Le ultime derive dell’arte, ad esempio l’artista <a href="http://www.franko-b.com/gallery/g_performance.htm">Franko B</a> (attenzione: il link è solo per stomaci forti), sono inquietanti: si usa il corpo stesso come opera d’arte, non più in performance in cui viene dipinto e decorato come nella vecchia <em>body art</em>,  piuttosto sezionandolo e ricomponendolo arbitrariamente, facendone oggetto di performance di alta macelleria. L’ultimo stadio della lotta all’uomo: l’uomo che lotta in sé stesso, che si vuole ridefinire su base volontaristica; scelgo il sesso, ma anche la forma, la trama della pelle, la disposizione degli organi… come sempre l’arte, anche nelle sue aberrazioni, sa arrivare al fondo delle questioni.</p>
<p>In Gen 3,21 leggiamo “il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì”. Cacciando Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, Dio ne ha subito cura, li veste, dà loro un abito: un <em>habitus</em>, delle abitudini, delle consuetudini che lo proteggano e ne rivestano la nudità.</p>
<p>La folle lotta contro la verità a cui stiamo assistendo prende forme molteplici, ma mai così virulente come la lotta alla famiglia, il raggruppamento umano minimo, il nucleo di base in cui la verità è incarnata da relazioni biologiche, da necessità vitali, da trasmissione di abitudini/abiti, cioè di civiltà, dal passato al futuro. Non è un caso che la lotta più dura si stia combattendo su questo fronte. Non si tratta soltanto di omosessualismo, di aborto ed eutanasia, si tratta di sciogliere il significato stesso di famiglia ampliandolo a dismisura, <a href="https://costanzamiriano.wordpress.com/2012/01/04/vanilla-sex/">diluendolo in ogni salsa</a>, fino a raggiungere il vero sogno di ogni assolutismo: una società di cellule separate, di coriandoli, da organizzare e riorganizzare in continuazione sulla base di funzionalità provvisorie, convenienze temporanee, organigrammi sempre mobili. Ogni individuo considerato soltanto nella sua capacità di produrre e di consumare, senza anziani da custodire, senza figli inopportuni a cui badare, senza troppe tare genetiche, senza legami che non possano essere sciolti secondo necessità. Uomini come oggetti.</p>
<p><em>la seconda parte <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/02/24/retablo-tavola-seconda-il-bello/">QUI</a></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/costanzamiriano.wordpress.com/3300/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/costanzamiriano.wordpress.com/3300/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3300&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Tranquilli, si torna in polvere (una buona notizia)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 23:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cyrano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/death-becomes-her-hideous-immortality.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3344" title="Death Becomes Her - Hideous Immortality" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/death-becomes-her-hideous-immortality.jpg" alt="" width="512" height="368" /></a></p>
<p><strong>di Cyrano</strong></p>
<p>«Adesso devo dirle una cosa molto importante», insinuò la statuaria Isabella Rossellini di “La morte ti fa bella” alla sempre fantastica Meryl Streep<span id="more-3343"></span>, che aveva appena trangugiato dalle sue mani la pozione dell’eterna giovinezza. «Adesso me la deve dire?!», fu la ragionevole risposta della bionda… Si capisce che una si faccia convincere a bere qualunque cosa, se quella statua greca semovente che dice di averla già bevuta ci assicura di avere «settantacinque anni suonati». Uno che vedesse oggi la (pur sempre bellissima) Rossellini penserebbe che forse lei non l’ha veramente bevuto, quel crodino rosa fosforescente, mentre magari Cher l’ha fatto davvero, e forse anche Madonna e Sharon Stone, chissà…</p>
<p>M’era però restato in cuore il sibilo tremendo di quella fattucchiera, dalle movenze perfino più seducenti di quelle di Amelia (“la strega che ammalia”): «Abbia cura del suo corpo: dovrete restare insieme per molto tempo». Che rogna, e chi c’aveva pensato?! Quando al funerale di lui (ehi, ve lo ricordate? Bruce Willis con i capelli!) le due signore, stramorte ma vive da molti anni, vanno in mille pezzi cadendo dalle scale e restano ancora orribilmente vive, uno guarda la bara di lui e tira un sospiro: fortuna che prima o poi andiamo tutti a riposarci!</p>
<p>Non solo la fantasiosa idea di continuare a vivere in un corpo “morto giovane” è orribile, ma anche l’alternativa di chi spera che le tecniche mediche ci portino tutti alla soglia dei centoventi anni non è da preferirsi: ingurgitare più medicinali che alimenti per svariati anni, stando totalmente alle dipendenze di altri senza poter offrire più il benché minimo contributo ad alcuno – e questo non (attenzione, non mescoliamo le carte!) per l’insorgere di una grave malattia, ma per le conseguenze della rincorsa all’elisir di lunga vita… ce ne guardi Iddio!</p>
<p>Difatti, il buon Dio ce ne guarda volentieri, dal momento che ci ha promesso: «…finché ritornerai alla polvere, perché da quella fosti plasmato». Meno male che è arrivato il Mercoledì delle Ceneri, il giorno in cui posso sentirmi ricordare questa grande verità senza dover vedere attorno a me grattate furtive e altri gesti di scongiuro. Spero solo che il mio parroco non voglia riservarci la formula alternativa “Convertiti, e credi al Vangelo”: nulla da eccepire, ci mancherebbe, ma se le due formule sono messe in alternativa è proprio perché l’una illumina l’altra. Non è forse una buona notizia, che comunque prima o poi si torna alla polvere? E mica giusto perché non soffriamo di ricordare le belle labbra di Goldie Hawn storte in un ghigno di vita apparente? No, quasi quasi glie lo propongo, di introdurre una nuova formula, più o meno così: «Sta’ sereno, credi al Vangelo: prima o poi si finisce tutti in polvere!»</p>
<p>Forse la novità turberebbe i fedeli, se non altro perché sarebbero quasi costretti a prestare attenzione alle parole (sennò, in generale, chi presta mai attenzione alle parole delle liturgie?), ma che direbbe di scorretto? Il vero problema di una vita infinita, quello per cui la notizia della cenere è un vero Vangelo, è che oggi come oggi, stando così le cose per noi, non sapremmo che farcene di un binario infinito sulle cui rotaie trascinare la nostra finitudine. Verso dove? – Da nessuna parte: il binario non finisce. – E allora perché andiamo avanti? – …</p>
<p>Invece il binario finisce, e la grande sapienza della Chiesa lo ricorda a tutti da sempre, avendo inventato fin quasi dalle sue origini un periodo dal marcato accento penitenziale, preludio alla gioia di una vita che possa dirsi infinita in senso pieno (con tutto il rispetto per la Rossellini, ci mancherebbe!).</p>
<p>“Penitenza” (parola sommamente in odio all’umanità adolescente dei nostri e di tutti i tempi) significa molte cose, molte pratiche, molte meditazioni, ma essenzialmente la chiara riscoperta del legame di ciascuno con la morte, e in particolare col proprio morire. Per questo motivo, visto che nessuno pensa alla morte come a un evento principalmente spirituale e simbolico, bisognerebbe avere l’onestà di smascherare per ciò che sono le allegorizzazioni disincarnate di sane pratiche ascetiche come il digiuno. Ovvio che non si fa digiuno per farsi notare e lodare, né tantomeno per perder taglie, e che ogni istante che indugiamo a rallegrarci di poter rimettere a Pasqua il vestito dell’anno scorso lo impieghiamo a sciupare il senso (e il frutto) della penitenza. Detto questo, io guardo con sospetto anche alle mille ragioni che sappiamo trovarci (oh, siamo geniali, in questo!) per dirci che “è proprio necessario che noi si sia al top, oggi”: se è vero, come attesta Leopardi, che il sole non si coprì il volto con un velo di ruggine, il giorno della morte di Cesare, io oserei sospettare che non terrà un lutto più lungo per le nostre dipartite… Anche scoprire che non è vero che siamo indispensabili è una bella notizia: l’inferno è credere di doversi assumere le responsabilità di Dio, quando Dio (stando a recenti studi clinici) è altro da noi.</p>
<p>Già lo so, che se oggi pomeriggio uscirò per strada capterò profumo di cornetti nell’aria a distanza di duecento metri: non solo col digiuno si può riassaporare la spossatezza che ci ricorda ciò che siamo realmente (fili d’erba assetati, niente più), ma riscopriamo anche che il nostro raffinato, urbanissimo e civilissimo olfatto è tuttora sostenuto da un primordiale fiuto, tanto più acuto quanto meno soddisfatto, meno assuefatto.</p>
<p>Questo ci porta a considerare che quindi siamo davvero non molto più che animali tra gli altri? Beh, la chiglia cerebrale di un Odifreddi potrebbe anche arenarsi su questa secca, ma il mare che le sta appena dietro è molto più aperto: dove sono i fessi che hanno etichettato il cristianesimo come “platonismo per il popolo”, se da noi le dinamiche degli stessi sensi corporali diventano analogia, mezzo e prova dei sensi spirituali? Tornando al cornetto, il fatto che in appena una mezza giornata di digiuno riusciamo a sentirne il solo profumo a grande distanza si specchia con la verità che nella cura del silenzio capiamo il valore delle parole, e nel vuoto della preghiera perseverante (anche nell’aridità) arriva a noi la rinnovante pienezza di Dio – che vive tutta, corporalmente, in Gesù Cristo, “vivo cornetto dell’eterno”!</p>
<p>Noi non ci ridurremo a morire sembrando vivi, perché c’è già una bella notizia che ci aspetta. Ecco la bella notizia: mortificatevi, perché tutti si muore! E non finisce là.</p>
<p><em>leggi anche: <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2011/10/17/pocket-coffee-cavallette-e-arma-fine-di-mondo/">Pocket coffee e cavallette</a></em></p>
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			<media:title type="html">Death Becomes Her - Hideous Immortality</media:title>
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		<title>Mala, male, mali</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 23:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autori vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Paolo Pugni C’è questa vicenda  di Filippo (*) che va letta nel modo giusto. Perché ti fa tremare. In molti modi. E ti schianta se non sai prendere la distanza e guardare l’insieme. Che se non stai attento, se non tieni in equilibrio i piatti, se non guardi dove metti i piedi, tutto cade, non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3321&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><strong>di Paolo Pugni</strong></p>
<p>C’è questa vicenda  di Filippo (*) che va letta nel modo giusto. Perché ti fa tremare. In molti modi. E ti schianta se non sai prendere la distanza e guardare l’insieme.</p>
<p>Che se non stai attento, se non tieni in equilibrio i piatti, se non guardi dove metti i piedi, tutto cade, non si tiene in uno scenario che strappa un lembo di Paradiso e lo porta in terra.<span id="more-3321"></span></p>
<p>Se la sofferenza ce l’abbiamo sempre e questo bambino è solo una icona del dolore del mondo, una icona vera, che soffre e vive, e che è immagine e riflesso, è vero che interroga e colpisce.</p>
<p>E di fronte ad essa reagisci in molti modi: uno è quello di non chiedere, ma fare. Quello che puoi. Che poi è pregare.</p>
<p>Ora sulla preghiera si potrebbe scrivere molto, ma da ignorante sintetizzo che pregare serve più a noi che lo facciamo che al destinatario delle preghiere, perché sarà bella l’immagine di catturare l’attenzione di Dio per sfinimento, ma è anche vero che Lui non è che ci faccia una bella figura, che del Vangelo sembra più il giudice corrotto che non il Padre buono. E se ha bisogno di suppliche e digiuni per fare quello che potrebbe fare solo muovendo un ciglio, beh a me non piace molto.</p>
<p>E allora? Allora torniamo alla cananea e all’emorroissa, alle quali non manca la fede nel miracolo. Mica quella mette alla prova Dio. Quando le interroga e le tormenta. Ma nella bontà di Dio. E la prova loro la vincono.</p>
<p>La preghiera ci interroga nel profondo: che cosa sono disposto a fare, a perdere per fidarmi di Te? <a href="http://www.youtube.com/watch?v=j6JoVJgMPOU">L’aveva intuito anche Jovanotti</a>. Ecco, è lì dove il midollo congiunge l’anima alla carne, che la preghiera taglia.</p>
<p>E mette a nudo le nostre debolezze. Le mie. Confesso. Per primo. E’ un outing che non mi spiace fare.</p>
<p>Quali fragilità? L’insicurezza: ma vale la pena? La concupiscientia carnis: il digiuno proprio non ce la faccio! La vanità: ehi, ma la mia sofferenza conta di più! L’incredulità: ma perché proprio lui con tutti quelli che soffrono? La superbia: guarda che rincorsa a farsi belli con i sacrifici? Il terrore: e se non funziona?</p>
<p>E qui scatta l’amore: che ti travolge e ti ristora. Spegne le ferite senza negarle, le copre, le rilassa. Perché la preghiera si moltiplica ed espande e getta sollievo su tutti.</p>
<p>Vedere la fiducia dei genitori è uno schiaffo che ti fa capire fin dove arriva la tua fiducia, e ti auguri che sia almeno come un seme di senapa; vedere la pro-attività degli altri scuote il tuo lassismo, quella quiete che nasconde la sicumera di chi si sente ritto nei crocicchi del mondo, petto avanti, Io prima di Dio, ad affermare la propria giustezza. E ti scuote il volume di impegno che non ti senti pronto a fare al punto che rinunciare ad un caffè ti sembra peggio che andare a piedi a Bologna. Quanto sei piccolo, amico mio, quanto sei ipocrita, quanto devi capire e crescere.</p>
<p>Ecco il dono della preghiera per gli altri, che la pioggia fresca di marzo ricade su di te, e ripulisce quella triplice condanna che sant’Agostino sintetizzava così: <a href="http://christusveritas.altervista.org/pregare_bene_cmvg.htm">mala, male, mali</a>. Ovvero non si ottiene ciò che si chiede perché siamo cattivi, perché preghiamo male, perché chiediamo cose sbagliate.</p>
<p>Dunque, questa immersione in questo flusso di carità ti scrosta e, ripuliti gli occhi cisposi di sé, riesci di nuovo a vedere che sì, davvero, tutto concorre al bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(*)   Per chi non lo sapesse, per chi non avessimo ancora tormentato con richieste di preghiere, novene, catene di digiuni e intercessioni, Filippo è un bambino di 5 anni figlio di due amici incontrati attraverso il blog e diventati per diversi di noi una compagnia in carne ed ossa. Per molti altri, lontani fisicamente, lui comunque è un presenza costante, quotidiana, nei discorsi, nelle parole. Filippo infatti ha la leucemia, e sta lottando contro questa malattia con un coraggio da leone (anzi, da dinosauro, il suo animale preferito), grazie a due genitori veramente speciali, che stanno vivendo la croce da veri cristiani.</em></p>
<p><em>C.M.</em></p>
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		<title>Le parole di frate asino</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 23:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanza Miriano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Costanza Miriano    IL TIMONE gennaio 2012 Qualche giorno fa, lo ammetto, ho mormorato una parolaccia. Con una raffinata operazione di alta ingegneria ergonomica ero riuscita a far cadere, nell&#8217;ordine, il citofono sulla fronte, la tazza a terra, il caffè sulla gonna pulita – questo sì che è talento – salutando il figlio maggiore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3312&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/parolacciapaperino.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3313" title="parolacciapaperino" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/parolacciapaperino.jpg?w=179&#038;h=300" alt="" width="179" height="300" /></a></p>
<p><strong>di Costanza Miriano</strong>   <em><a href="http://www.iltimone.org/"> IL TIMONE</a> gennaio 2012</em></p>
<p>Qualche giorno fa, lo ammetto, ho mormorato una parolaccia. Con una raffinata operazione di alta ingegneria ergonomica ero riuscita a far cadere, nell&#8217;ordine, il citofono sulla fronte, la tazza a terra, il caffè sulla gonna pulita – questo sì che è talento – salutando il figlio maggiore che usciva per andare a scuola. Gli altri tre dormivano. Credevo. Immediatamente da sotto una coperta arriva una vocina: «Mamma, ti ho sentita. Con questa ti sei giocata il buono per il 2012». <span id="more-3312"></span>Ma non stava dormendo, il disgraziato, il figlio numero due? I pargoli, non c&#8217;è verso, vigilano sempre su di noi, anche quando sembrano distratti, anche da tre stanze più in là.</p>
<p>Il fatto è che in casa nostra le parolacce sono severamente vietate, ma c&#8217;è un bonus annuale in caso di situazione eccezionale. Il regolamento non specifica quanto debba essere eccezionale il momento, visto che, per dire, una volta, dopo essere caduta correndo, ho osservato le mie ginocchia devastate, bisognose di diversi punti di sutura e mi sono concessa solo un «mannaggia al mondo». Si vede che l&#8217;altra mattina ero stanca.</p>
<p>Devo dire che il regolamento è applicato abbastanza fedelmente, a casa, e anche gli amici dei figli sanno che da queste parti si modera il linguaggio, e se si vuole anche discutere, o fare gli spiritosi, o dimostrare di essere grandi (è questo per gli adolescenti lo scopo del turpiloquio) bisogna spremere un po’ il cervello, e scegliere le parole giuste.</p>
<p>Il punto è proprio questo: certe parole servono solo a chi è ignorante, non conosce quelle giuste, a chi per pigrizia non le vuole cercare, o a chi proprio non ci arriva. Sono scorciatoie, che poi è un po&#8217; quello che penso della volgarità in generale: chi fa per esempio campagne pubblicitarie con donne nude o con il Papa che bacia l&#8217;imam, evidentemente non è creativo, non ha idee, e forse non vende neanche un prodotto buono, sennò non avrebbe bisogno di colpire la gente a pugni in faccia.</p>
<p>Ma c&#8217;è qualcosa di ancora più profondo: chi parla male ragiona male. Le parole sono fari della realtà, la ordinano, la orientano, le danno una forma. Lo sappiamo bene noi cristiani, discepoli del Verbo che era in principio e che si è fatto carne. E in principio Dio ha creato il mondo ‘dicendo’, chiamando all’esistenza alcune cose («Dio disse: “sia la luce”. E la luce fu», «Dio disse: “sia il firmamento», ecc.).</p>
<p>Le parole dunque, anche le nostre con la p minuscola, hanno un peso e vanno scelte bene.</p>
<p>È vero, ho tanti amici che intercalano una parolaccia ogni sette, otto secondi. Anche qualche amica, per la verità, e mi dispiace perché se «nella sua purezza luminosa la donna è come uno specchio che riflette il volto dell&#8217;uomo, glielo rivela e così lo corregge», come dice Pavel Evdokimov (e come dice san Paolo nella lettera ai Corinzi, «la donna è gloria dell’uomo»), sentire una donna che parla a parolacce mi intristisce di più. Comunque, so bene che diversi di questi amici mi precederanno di molte spanne nel regno dei cieli, e che il linguaggio non sarà forse la prima cosa di cui saremo chiamati a rispondere; ma di tutto, comunque, risponderemo.</p>
<p>Ci sono parolacce che non offendono nessuno – la mia, quella del bonus per il 2012, per dire, era indirizzata a me stessa e alla mia agilità da circense – mentre ci sono parole pulite che possono ferire più della spada. Si può essere eleganti e crudeli, si può offendere col sorriso sulle labbra, e di ogni iota renderemo conto (ora che ci penso, ho in mente giusto un piccolo elenchino da aggiungere alla mia prossima confessione). Ci sono peraltro anche parolacce che servono per dare i giusti nomi alle cose: Dante non avrebbe potuto certo all’Inferno definire la prostituta Taide «una signora di facili costumi». Una parola è un giudizio sulla realtà e il peccato va chiamato col suo nome, infatti nelle altre cantiche di parolacce non c’è traccia.</p>
<p>Di quelle dette per offendere, però, renderemo conto: il Vangelo è chiaro, non la si passa liscia neanche se si dice «pazzo» al fratello.</p>
<p>Quanto a quelle invece dette con leggerezza, credo che siano così diffuse perché viviamo immersi in un clima di generalizzato spontaneismo. Tutto quello che «mi viene», per il solo fatto che «mi viene così», è autorizzato. Mi sembra che non ci sia più, neanche a un livello semplicemente esteriore, una forma da salvaguardare; una forma che se a volte poteva nascondere ipocrisia (il verminaio interiore che abbiamo tutti dentro è sempre lo stesso, in ogni tempo), tuttavia ci salvaguardava da un&#8217;eccessiva auto-indulgenza. Era come uno scheletro che custodiva le nostre parti ‘molli’, le quali ai nostri giorni invece sembrano autorizzate ad essere aggressivamente espresse ed esposte ai quattro venti, per il solo fatto di esistere. E non è un bello spettacolo.</p>
<p>Adesso non vorrei avventurarmi in un terreno non mio, ma mi sembra evidente che in qualche modo questo atteggiamento, lo spontaneismo, sia figlio della rivolta anti-autoritaria di cui uno dei pilastri è stata anche la psicanalisi. Spadroneggiando per tutto il ‘900, Freud e i suoi hanno inventato una nuova idea di uomo, invitandolo a far emergere liberamente tutto quello che aveva dentro – battezzato ‘inconscio’ e autorizzato a esprimersi senza freni – , come se un sentimento, una parola, una pulsione, un’inclinazione, per il solo fatto di esistere abbiano il diritto assoluto di cittadinanza, la necessità di essere vissute in pieno, di dispiegare tutta la loro pulsione vitale.</p>
<p>Non mi pare che questo abbia portato grandi risultati.</p>
<p>Noi che sappiamo invece che esiste il peccato originale, e che tutto ciò che è impuro viene dall&#8217;interno dell&#8217;uomo, come dice Gesù, sappiamo che dobbiamo vagliare quello che ci viene da dentro. E se non sempre è facile farlo con i pensieri – in questo stiamo con Freud – sulle parole e le azioni invece dobbiamo provare a mantenere il controllo.</p>
<p>Per esempio: il Vangelo, che a differenza dei testi del nume tutelare della psicanalisi è davvero il libretto di istruzioni dell’essere umano, ci invita ad amare i nemici. Se intendiamo l’amore come un sentimento che sgorga spontaneo dal cuore è evidente che il comandamento di Gesù è impossibile da seguire. Ma amare è solo in parte provare slancio e trasporto. E’ molto di più volere e cercare il bene dell’altro (come dice già Aristotele), e volere il bene del nemico è possibile (tra l’altro, se il nemico è malvagio, volere il suo bene significa volere anche la sua redenzione).</p>
<p>Il Vangelo nella sua sapienza ci indica cosa fare, non cosa provare spontaneamente. E tutti noi almeno una volta nella vita, sforzandoci di obbedire, abbiano certo verificato come il cuore, la testa, il pensiero, e perché no anche l&#8217;inconscio, alla fine seguano docilmente la via indicata dalle nostre azioni e dalle nostre parole. Al Vangelo si obbedisce, al contrario di ciò che pensa la coscienza moderna dell’uomo occidentale, piegando la volontà con la pratica, vigilando sulle azioni e le parole, certi che il pensiero e il cuore, dal quale invece provengono i propositi malvagi (Mt 15,19), piano piano seguiranno, addomesticati e ammansiti dalle nostre mani, dai piedi, dalla lingua. Olio di gomito. I nostri gesti concreti ci convertiranno. Prima di partire per l’impresa forse tocca dare una strigliata a quel frate asino, il corpo (lingua compresa), come lo chiamava san Francesco, che almeno, a differenza della mente, possiamo dominare.</p>
<p><em>da <a href="http://www.iltimone.org/">IL TIMONE</a> gennaio 2012</em></p>
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		<title>Dal momento</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 00:12:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autori vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal momento che per oggi non  avevamo post da proporre, dal momento che  invece di vedere il festival di SanRemo sono andato al cinema, dal momento che il film mi è piaciuto molto e dal momento che ho scoperto che il film è stato recensito dalla Bussola Quotidiana&#8230;non mi resta che svelare il titolo del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3316&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal momento che per oggi non  avevamo post da proporre, dal momento che  invece di vedere il festival di SanRemo sono andato al cinema, dal momento che il film mi è piaciuto molto e dal momento che ho scoperto che il film è stato recensito dalla Bussola Quotidiana&#8230;non mi resta che svelare il titolo del film e linkare l&#8217;articolo.</em></p>
<p><em>Buona domenica.</em></p>
<p><em>Per andare alla recensione clicca <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-paradiso-amaro-4546.htm"> QUI</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Che fine hanno fatto le indignate?</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 23:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaella Frullone</dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[idee confuse]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raffaella Frullone     La Bussola Quotidiana La Signora Moralità è tornata a regnare sovrana in Italia. Noi non ce ne eravamo accorti, ma deve essere certamente così. Da un po’ di tempo a questa parte la dignità delle donne ha riconquistato la cittadinanza italiana, la meritocrazia è tornata dall’esilio e le pari opportunità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3291&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/img-_innerart-_snoq2-ok.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3293" title="img-_innerArt-_snoq2 ok" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/img-_innerart-_snoq2-ok.jpg" alt="" width="169" height="226" /></a></p>
<p><strong>di Raffaella Frullone     </strong><em><a href="http://www.labussolaquotidiana.it/">La Bussola Quotidiana</a></em></p>
<p>La Signora Moralità è tornata a regnare sovrana in Italia. Noi non ce ne eravamo accorti, ma deve essere certamente così. Da un po’ di tempo a questa parte la dignità delle donne ha riconquistato la cittadinanza italiana, la meritocrazia è tornata dall’esilio e le pari opportunità sono obbligatorie quanto pagare il canone Rai. Contemporaneamente il bunga bunga è stato bandito insieme alla mercificazione e alla strumentalizzazione del corpo della donna, ai quali è stato consegnato un decreto d’espulsione coatto dal nostro paese.<span id="more-3291"></span></p>
<p>Non ce ne eravamo accorti, ma deve essere certamente così, altrimenti le indignate scenderebbero di nuovi in piazza, e ad un anno da quello che era stato presentato come uno spartiacque per le donne nel nostro paese, tornerebbero a dire “Basta”. Invece oggi non sono in piazza. Non che non siano attive, sabato e domenica si sono date appuntamento a Bologna per parlare di lavoro, welfare e rappresentanza politica mentre il 3 e il 4 marzo si riuniranno a Milano per discutere di rapporti coi partiti. Secondo Marina Terragni (rif. ultimo numero di Io Donna) è il segno che il movimento ha avuto successo, che «sta passando all&#8217;incasso», qualche malizioso potrebbe invece pensare che, cambiato il Governo, non ci sono motivi per protestare così a gran voce.</p>
<p>Il 13 febbraio era  un anno fa. In quasi tutte le città italiane moltissime donne, un milione secondo gli organizzatori, hanno voluto far sentire la propria voce. Professioniste, precarie, disoccupate, mamme, figlie, nonne, single, conviventi, accoppiate hanno voluto rimarcare l’importanza del proprio ruolo sul poso di lavoro, nella professione, nella politica e in tutti gli ambiti della società aderendo ad un appello lanciato in rete:</p>
<p>“Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.</p>
<p>Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici. Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.</p>
<p>Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.</p>
<p>Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.</p>
<p>Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.</p>
<p>Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando?”</p>
<p>Regista dell’evento è stata Cristina Comencini che dal palco di Roma ha affermato con forza: «Vogliamo dire che la rappresentazione delle donne italiane che ci viene ossessivamente proposta in televisione e sui giornali nella cronaca politica è un’offesa per le donne. Riportare le donne al centro della nostra società è una battaglia politica di tutti». Una battaglia cui ha aderito Susanna Camusso, leader della Cgil: «La misura è colma», e molte donne attive in politica, dall’avvocato Giulia Bongiorno, Fli, secondo cui «il festino hard non può essere la selezione della classe dirigente», fino a Rosi Bindi, Livia Turco, Giovanna Melandri, e poi le attrici Isabella Ragonese e Lunetta Savino, e la Sofia Sabatino, rappresentante degli studenti che ha letto una lettera indirizzata a Ruby, «Tu hai la nostra età ma sembra che tu stia dall’altra parte della barricata».</p>
<p>Ruby, all’anagrafe Karima El Marhoug, la giovane e avvenente marocchina diventata simbolo della condotta deprecabile del premier nonché della decadenza e dello squallore della classe politica italiana, è stata per le indignate la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Baluardo delle Olgettine che vendono il proprio corpo per soldi e potere. “Vergogna”, gridava la piazza, ma ora la piazza dove è? Va tutto bene, ora? Soltanto perché Silvio Berlusconi non è più presidente del Consiglio? Perché alla fine, gira e rigira, lì si arriva. Lo hanno ammesso, o quasi, le stesse indignate, a dicembre, quando il comitato Se non ora quando ha provato a proporre un 13 febbraio bis, in data 11 dicembre, invitando le donne a scendere nuovamente in piazza con questo proclama: “il 13 febbraio abbiamo riaffermato la dignità delle donne, calpestata dal sessismo berlusconista. L’11 dicembre ci proponiamo come forza politica, per guidare questo Paese fuori dall’agonia. Insieme agli uomini, certo. Ma questo vuol dire: 50% noi e 50% loro. Altro che quote rosa! Il grido era: Se non ora quando? Oggi è: Se non le donne chi?”.</p>
<p>Ma a questo giro la piazza si è rivelata poco popolata, tiepida, un sostanziale flop. A questo punto i casi sono due, o la manifestazione dello scorso anno aveva come unico scopo quello di fare in modo che Berlusconi lasciasse quanto prima la scena politica, oppure chi manifestava ritiene che oggi non ne sussistano più i motivi. Ritiene che oggi non occorra parlare di dignità della donna, difenderne l’immagine per preservarne il ruolo della società.</p>
<p>Eppure gli spot e i cartelloni continuano a venderci corpi semi nudi come carne da macello, il mondo del lavoro continua a non essere a misura di mamma e da nessuna parte c’è l’auspicato 50% e 50%. Nemmeno nel Governo attuale, rigorosamente tecnico, come non mancano di sottolineare, non è abbastanza a misura di donna quando si tratta di distribuire cariche e ministeri, tantomeno a misura di pari opportunità se chi sottolinea «il posto fisso è un’ illusione» è saldamente sistemato, insieme alla prole.</p>
<p>Se le donne non sono in piazza oggi è perché probabilmente sanno che una radicale trasformazione degli stili di vita non passare da una prostesta, per pur partecipata che sia. Come ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera un anno fa la cultura progressista «avrebbe dovuto riconoscere che c’erano aspetti della tradizione che sarebbe stato meglio conservare, avrebbe dovuto sforzarsi di comprendere la morale sessuale della Chiesa, avrebbe dovuto ammettere la necessità di un’etica privata, dopo essere diventata paladina dell’etica pubblica, perché, come di diceva un tempo, il privato è pubblico. Non pretendo che un novello Berlinguer indichi alle nostre figlie il modello di Santa Maria Goretti, ma francamente non si può fare una battaglia sulla morale dopo aver esaltato l’indifferentismo morale di chi ripete che “ognuno sotto le lenzuola fa quello che vuole”».</p>
<p>Bisogna tornare indietro allora, per guardare avanti? Bisogna rassegnarsi a non cambiare le cose? Rinunciare alla rivoluzione? Forse no. Forse basta saperla riconoscere. Rivoluzionario oggi è sentire una modella di intimo super pagata, sex symbol del marchio di lingerie più famoso d’America dichiarare che smetterà di posare in intimo perché: «il mio corpo appartiene solo a mio marito». Kylie Bisutti, 21 anni, dopo due anni di passerelle ed aver raggiunto l’agognato traguardo di posare per Victoria’s Secret ha infatti sorpreso tutti quando ha detto “basta”. «Il mio corpo è sacro, quando ho cominciato a capirlo ho iniziato a sentirmi in imbarazzo, quelli con cui sfilavo non erano vestiti, ma biancheria intima. Non significa che smetterò del tutto di fare la modella, ma certamente non mi spoglierò più. E poi sono sposata, in America il tasso di divorzi è molto alto, io voglio che il mio matrimonio sia speciale, perché è sacro».</p>
<p>Anche qui si parla di corpo della donna e di dignità, ma in una prospettiva più credibile perché parte dalla scomoda prima persona singolare. Se non così, come?</p>
<p><em>fonte:<a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-che-fine-hanno-fattole-indignate-4496.htm"> La Bussola Quotidiana</a></em></p>
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	</item>
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		<title>Io so che tu sai che io so</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 23:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autori vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Maria Elena Rosati     trentamenouno Cercare la parola “pettegolezzo” su internet, è come cercare un lecca &#8211; lecca in un negozio di dolci: ne trovi di tutti i gusti. Blog dedicati, riviste online che elencano le otto regole d’oro per difendersi dalla chiacchiera selvaggia, oltre a decine, forse centinaia di siti dedicati alle vite [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3287&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/gossip1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3288" title="gossip1" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/gossip1.jpg?w=206&#038;h=300" alt="" width="206" height="300" /></a></p>
<p><strong>di Maria Elena Rosati     </strong><em><a href="http://trentamenouno.wordpress.com/">trentamenouno</a></em></p>
<p>Cercare la parola “pettegolezzo” su internet, è come cercare un lecca &#8211; lecca in un negozio di dolci: ne trovi di tutti i gusti. Blog dedicati, riviste online che elencano le otto regole d’oro per difendersi dalla chiacchiera selvaggia, oltre a decine, forse centinaia di siti dedicati alle vite delle star.</p>
<p><span id="more-3287"></span>Senza andare troppo lontano, e senza puntare troppo in alto, il pettegolezzo è intorno a noi, a portata di mano e di orecchio: dal parrucchiere al bar, dal cortile di casa all’ufficio, sappiamo vita, morte e miracoli di gente che, magari, non abbiamo mai avuto il piacere di conoscere di persona.</p>
<p>Il gossip, però, non è tutto uguale, e si può distinguere tra quello cattivo, e quello buono. Lo dice una<span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://newscenter.berkeley.edu/2012/01/17/gossip/#ricerca"> ricerca</a></span></span> effettuata dall’Università di Berkeley, e pubblicato il mese scorso dal <em>Journal of Personality and Social Psychology</em>. Secondo Robb Willer, lo psicologo che insieme a Matthew Feinberg ha condotto la ricerca, esiste un pettegolezzo positivo, che fa bene al cuore e allenta la morsa dello stress: viene chiamato “prosocial gossip”, e consiste nel parlare con altri dei comportamenti sbagliati di persone a noi vicine, ma sconosciute al resto del mondo. Nei test effettuati un gruppo di volontari doveva osservare un video in cui un partner tradiva l’altro. Dal monitoraggio cardiaco si è notato che i battiti salivano vertiginosamente, quando i volontari notavano il tradimento, salvo poi riabbassarsi e tornare alla normalità non appena avevano l’opportunità di passare l&#8217;informazione sul tradimento ad altri, per metterli in guardia. &#8220;Diffondere le informazioni su persone che abbiamo visto comportarsi male &#8211; dice Willer &#8211; tende a far stare meglio le persone, perché elimina la frustrazione che guida il pettegolezzo&#8221;. Per questo, sottolinea Feinberg “non dobbiamo sentirci in colpa  per il gossip se questo può servire a aiutare gli altri a non essere ingannati&#8221;. Più terapeutico che parlare a lungo delle vite dei vips, il gossip “pro sociale” sarebbe così sarebbe anche un atto di coscienza civile, di solidarietà.</p>
<p>Non discuto il risultato della ricerca, che a suo modo è interessante, e sintetizza una situazione reale; è il concetto di pettegolezzo che fa bene alla salute a lasciarmi perplessa. In tutta sincerità, lo trovo pericoloso.</p>
<p>Si rischia infatti di pensare che sia un bene per la salute mia e degli altri raccontare alla mia collega di stanza che ho visto il tipo dell’ufficio accanto fare l’occhiolino alla tizia delle pulizie, o fare le pulci all’ex fidanzato della mia amica, o sparare a zero commenti e ironie su una persona che proprio non sopporto.</p>
<p>Si rischia di far diventare il pianerottolo di casa, il salotto, il bar dell’ufficio, o il ristorante dove si pranza con le amiche, importanti luoghi terapeutici, e il taglia e cuci una pratica di alto valore morale. Se fosse così, come dovremmo considerare gli editori dei giornali di gossip, ma anche chi al pettegolezzo, e ai segreti degli altri, ha dedicato una vita, e magari ci ha appena scritto un libro?</p>
<p>Prendiamo il caso del signor Scotty Bowers. E’ un ex marine, che per anni ha svolto un’attività molto particolare: provvedere a soddisfare i desideri e le voglie più pruriginose delle star di Hollywood, attraverso un giro di prostitute e gigolò. Alla veneranda età di 88 anni, il signor Bowers ha deciso che non ce la faceva più a tenersi questo mare di ricordi nel cuore , e ha scritto un libro – <span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://www.telegraph.co.uk/news/celebritynews/9050255/Former-Marine-to-tell-all-in-new-book-about-Hollywoods-sexual-exploits.html"><em>Full Service: My Adventures in Hollywood and the Secret Sex Lives of the Stars</em></a></span></span><em>, </em>uscito il14 febbraio- in cui racconta tutti i particolari più intimi , gli scenari più squallidi, le fantasie più perverse e le richieste più assurde delle star della Hollywood anni ‘50. Una specie di vaso di Pandora scoperchiato dopo anni di silenzio; il motivo di così lunga attesa, dice Bowers, è che tutte le star di cui racconta i segreti ormai sono morte, e non possono più soffrire per la verità che lui racconta. Già, ma non possono neanche più reagire o rispondere, se non attraverso gli eredi che possono limitarsi a ribattere. Quella di Scott Bowers è tutta fatica sprecata, e già che c’era poteva restare ancora zitto…..o possiamo considerare anche il suo un pettegolezzo buono per la salute, fatto a fin di bene?</p>
<p>Io, che non sono una scienziata, provo ad avanzare una mia teoria, azzardata, certo, e che forse molti non condivideranno: il pettegolezzo non fa bene. Non rinnego interminabili chiacchierate con le amiche, in cui si parla di compagni di scuola rivisti dopo anni, o di ex divenuti irriconoscibili; dico solo che il confine tra l’aggiornamento di stato, e il commento cattivo, la supposizione maliziosa, la descrizione malevola, è labile e sottile, il terreno scivoloso e infido, e la punta di forcone del Nemico, in questi casi, è particolarmente appuntita e, quando può, lavora finemente, con conseguenze drammatiche.</p>
<p>Il pettegolezzo fa passare in secondo piano la verità, non solo perché nella maggior parte dei casi si basa sul sentito dire, preso come certezza assoluta, senza confronto diretto con la realtà, ma ancora prima, perché normalmente avviene di nascosto, sottovoce, alle spalle. E non aiuta nessuno, ma anzi crea un pregiudizio che sarà poi difficile sradicare. Un po’ come l’acqua cheta che distrugge i ponti, anche il pettegolezzo può far crollare amicizie, storie d’amore, famiglie intere, oltre a rovinare la vita delle persone. Lo scintillante mondo dello spettacolo ci racconta di personaggi celebri messi da parte per la fama di iettatori, che sono stati riabilitati solo dopo anni, o magari, post mortem.</p>
<p>Sì, mi sento abbastanza coraggiosa per gettare fango anche sul mito del pettegolezzo sui vip: non è un toccasana, né la ciliegina sulla torta di un momento di relax. E’ un modo alternativo di guardare dal buco della serratura realtà che non conosciamo nemmeno. E poi nasconde trappole insidiose: si va dalla sindrome “Anche i ricchi piangono” &#8211; cioè quel sottile, impalpabile compiacimento nel pensare che anche i famosi, belli e fortunati, pieni di soldi, ogni tanto vengono puniti dalla vita, e soffrono &#8211; allo “Spirito di emulazione”, per cui se sui giornali rimbalza la notizia del divorzio dell’ ennesima coppia perfetta &#8211; che pochi mesi prima era stata protagonista del matrimonio perfetto, quello da sogno- per motivi insanabili, conditi da dichiarazioni tipo” è finito l’amore, la scintilla non c’è più”, rischiamo di pensare anche noi che il matrimonio sia tutto un fuoco d’artificio. Se quelli perfetti non ce l’hanno fatta, perché dovrebbe riuscirci Tizia, che è sposata con Pinuccio e vive a Roccacannuccia scalo in un bilocale? Perché convincerla a combattere, se “la scintilla finisce”? Più che di amore, sembra di parlare della bombola del gas….</p>
<p>E poi si cade nella ricerca del dettaglio pruriginoso, dell’aneddoto morboso, crogiolandosi quasi nelle disgrazie e nelle meschinità altrui, lasciando da parte quel senso sottile di disagio che si prova a leggere del tira e molla della velina e il calciatore, di Schettino e Domnica, del bunga bunga, fino alla storia dell’ennesima coppia che si è sciolta, magari dopo aver messo al mondo – o aver adottato &#8211; un paio di figli. Parliamo e sparliamo di persone, che magari stanno inanellando una serie di errori colossali e non hanno nessuno accanto che glielo fa notare, e bambini che perdono qualunque cosa possa lontanamente assomigliare ad un punto di riferimento…..oppure no?</p>
<p>Non mi convince questa storia del pettegolezzo, questo strisciare delle notizie mi ricorda il modo di agire del Nemico. E siccome per combattere contro il Nemico bisogna avere buone armi, meglio rispolverare la lettera di Giacomo, che dice senza troppi giri di parole: “la lingua è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio!” (3, 8-12). Oppure si può tornare alla penitenza che il buon San Filippo diede alla donna pettegola: spennare una gallina in strada, e dopo, andare a raccogliere una ad una le piume che il vento aveva portato ovunque. Come canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia: “La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile, che insensibile e sottile incomincia a sussurrar……”.ù</p>
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		<title>Partigiani della fedeltà</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 23:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autori vari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andreas Hofer Il dilemma, uno dei capolavori assoluti del duo Gaber-Luporini, non è solo la narrazione d’un amore morente. È una storia di fedeltà estrema, di «resistenza» avrebbe detto lo stesso Gaber, che va dritta al cuore dell&#8217;amore di ogni epoca. La scena è nota: una «spiaggia poco serena», una «casa a picco sul [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3220&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3221" title="0" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/0.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<p><strong>di Andreas Hofer</strong></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=163s9iBkNQg"><em>Il dilemma</em></a><em>,</em> uno dei capolavori assoluti del duo Gaber-Luporini, non è solo la narrazione d’un amore morente. È una storia di fedeltà estrema, di «resistenza» avrebbe detto lo stesso Gaber, che va dritta al cuore dell&#8217;amore di ogni epoca. La scena è nota: una «spiaggia poco serena», una «casa a picco sul mare».</p>
<p><span id="more-3220"></span>I due protagonisti: un uomo e una donna, semplicemente, e un legame che si trascina ormai stanco e consunto. La loro relazione si staglia sulla «vasta ombra del dilemma»; il quesito in fondo è «quello di sempre / un dilemma elementare / se aveva o non aveva senso il loro amore». E l&#8217;insidiosa «smania di dare ascolto ai brividini del cuore» lì, pronta a esercitare le sue seduzioni. Niente di cui stupirsi quindi se «un giorno di primavera / quando lei non lo guardava / lui rincorse lo sguardo di una fanciulla nuova».</p>
<p>Dunque una situazione di partenza non certo estrema, forse perfino banale: lui, lei, un&#8217;altra, il tradimento di lui, che «ancora oggi non si sa / se era innocente come un animale / o se era come instupidito dalla vanità». Fatti e accadimenti amari, ma vecchi quanto il mondo.</p>
<p>Non ci si inganni: il Signor G non canta qui solo l’epilogo di un’ordinaria storia giunta a “naturale conclusione”, l’ennesimo rapporto sfibrato dal logorio della vita moderna dove ciascuno, mestamente raccolti gli sparsi cocci, se ne va dove lo porta il cuore. Fin qui non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole, nulla che non sia già stato visto e raccontato mille e più volte: una delle tante vicende andate in scena sotto il plumbeo cielo di questo nostro tempo che a tutto, siano uova di giornata o intime relazioni coniugali, sembra voler/dover imprimere la data di scadenza.</p>
<p>Ma Gaber, anima assetata di verità profonde ed estranea a ogni conformismo, non è <a href="http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/02/03/volo-disperato/">un Fabio Volo qualunque</a>, un superficiale compilatore di banalità indifferenziate o uomo da accontentarsi del luogocomunismo imperante.</p>
<p>Non gli sfugge come nel «mistero di un uomo e di una donna» sia racchiusa una realtà di altro ordine, più ampia della sommatoria di due individualità, una verità superiore alla mera giustapposizione di due corpi. Un <em>mistero organico e vivente </em>da<em> contemplare</em>, anzitutto, non un <em>problema</em> di chimica dei sentimenti da <em>risolvere</em>. In quella «voglia di non lasciarsi» così «difficile da giudicare», tanto da non sapere «se è una cosa vecchia o se fa piacere», il Signor G vede agitarsi, sfavillante come brace celata ma non sopita dalla coltre di cenere, il cuore pulsante di un amore diverso, il respiro di un amore <em>altro</em> e <em>oltre</em>.</p>
<p>Gaber dispiega questa intuizione a modo suo, con realismo e senza retorica. Sa bene, per averlo cantato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=IXi-DwbfDhw">altrove</a>, come parlando d’amore occorra non scordarsi della quotidianità forse disturbante e poco romantica – ma quanto più viva! – fatta anche di «cessi e sciacquoni». Dino Buzzati del resto non scriveva, nel suo brevissimo <em>Acqua chiusa,</em> che anche nel «silenzio profondo» delle latrine Dio «a tradimento ci parla con accento umile e amico, bonariamente ricordandoci le miserie dell&#8217;uomo e le speranze perdute»? «Diffidate dei <em>vitrages</em> smerigliati con lo stemma in trasparenza per cui si accede alle latrine. Dio, pazientissimo, giorno e notte ci insegue, dove meno si pensa ci attende all&#8217;agguato, non ha bisogno di croce o di altari, anche nei vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a tentarci proponendoci la salvezza dell&#8217;anima».</p>
<p>Con questo il disincantato Gaber non intende rinunciare alla ricerca di un senso più profondo delle cose. Come dice nel bellissimo monologo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3KpiJclaT0U&amp;feature=related"><em>Il Grigio</em></a><em>, </em>«è che l’amore è una parola strana. Vola troppo. Andrebbe sostituita. Non sarebbe meglio chiamarlo “la cosa”? Potrebbe diventare più concreto. [...] “La cosa” è trasformazione, percorso, crescita insieme. È un patto di sangue stipulato tra due persone e forse, prima ancora, dal destino. “La cosa” è l’amore. No, è un’altra qualità dell’amore. Una qualità che non rimpiange gli attimi perché diventa la vita».</p>
<p>Che fare però di fronte a un tradimento? Lasciarsi, cancellare tutto quel che si è costruito insieme e “rifarsi una vita”? Oppure andare avanti e “resistere”? È l&#8217;interrogativo che si pone anche la donna al centro del <em>Dilemma</em>, che «si chiese / se non fosse un&#8217;altra volta il caso / di amare e di restar fedele al proprio sposo».</p>
<p>Per noi, “privilegiati” fruitori di un regime di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6FsqfhcIqFA">«libertà obbligatoria»</a> (che sia questa la «nostra nuova sorte» cui allude <em>Il dilemma</em>?), la risposta è perfino scontata. I tecnici delle relazioni interpersonali, i cantori della <em>Realpolitik</em> coniugale d&#8217;ogni risma – i quadri insomma delle burocrazie protocollatrici che oggi fungono da tutori e garanti della nostra “autonomia” e “libertà di scelta” – avrebbero certo pochi dubbi sul consiglio da impartire alla “coppia scoppiata”…</p>
<p>I due protagonisti del <em>Dilemma, </em>che «ai momenti di abbandono alternavano le fatiche / con la gran tenacia che è propria delle cose antiche»,<em> </em>hanno accumulato però ben altre riserve interiori nei lunghi inverni trascorsi insieme; hanno imparato a «piangere e soffrire / ma senza dar la colpa / all&#8217;epoca o alla Storia». Temprati dalle «coraggiose battaglie che avevano vinto e perso», possiedono «anche nel fallire / il senso del rigore, il culto del coraggio». Ed ecco allora lo scatto con cui «rifiutarono decisamente / le nostre idee di libertà in amore / a questa scelta non si seppero adattare / Non so se dire a questa nostra scelta / o a questa nostra nuova sorte / so soltanto che loro si diedero la morte».</p>
<p>Resta da capire in che senso «quel gesto disperato / potrebbe anche rivelare / come il segno di qualcosa che stiamo per capire». Forse in quel gesto si cela un segno dell&#8217;importanza di «un&#8217;altra qualità dell&#8217;amore»? E cos&#8217;è l’«altra qualità dell’amore» se non il calco di un voto cavalleresco, di un giuramento medievale? Non è forse un patto talmente coinvolgente, presente e immediato come può esserlo solo una “cosa”, da impegnare coloro che in piena libertà l&#8217;hanno siglato ben al di là della semplice pattuizione tra due “contraenti”?</p>
<p>«Il loro amore moriva / come quello di tutti / non per una cosa astratta come la famiglia / Loro scelsero la morte / per una cosa vera come la famiglia». Come rami del medesimo albero che insieme periscono quando si è esaurita la linfa vitale del tronco che li ha nutriti entrambi i due decidono di non sopravvivere al fallimento del loro amore, e si danno la morte.</p>
<p>La tragica conclusione, degna del teatro classico, stabilisce un&#8217;intima parentela tra amore e sacrificio. D&#8217;altro canto le immagini capaci di evocare un legame indissolubile, una connessione analoga a quella che unisce corpo e anima, non parlano tutte di un vincolo che solo la morte può spezzare? Il conquistatore che prima della battaglia fa bruciare i propri vascelli per precludersi ogni ritirata in caso d’insuccesso, il capitano che affonda con la sua nave, il soldato cui la fedeltà al proprio signore conduce alla morte&#8230;</p>
<p>In <em>Albero e foglia</em> Tolkien rievoca l&#8217;altrettanto tragica vicenda di Beorhtnoth, il duca di Essex «rinomato per possanza, coraggio e valore» morto per eccesso d’onore cavalleresco accettando in battaglia una sfida suicida. L’orgoglio e la brama di gloria di Beorhtnoth, all&#8217;apparenza così nobili, sono in realtà l&#8217;emblema della fuga dalle proprie responsabilità: la sua caduta conduce infatti alla rovina del proprio popolo, sottomesso e saccheggiato dagli invasori vichinghi. La presunzione del duca è riscattata però dalla fedeltà dei suoi cavalieri, gli ufficiali più stretti e leali. Consapevoli dell&#8217;insano gesto del loro signore ma a lui legati da un patto di lealtà scelgono di condividerne la sorte e di bere assieme l&#8217;amaro calice della disfatta. Pur sapendo di andare incontro a morte quasi certa lo seguono nello scontro. Gli si stringono intorno fino alla fine e tutti cadono, uno dopo l&#8217;altro, a fianco del loro vecchio sovrano. Ancora una volta la parola chiave è <em>resistenza</em>. I guerrieri al seguito del duca di Essex sapevano bene come il loro compito fosse, scrive Tolkien, quello «di resistere e morire, non di porre domande», giacché chi ama non giudica. Ma non per cieca obbedienza, bensì per lealtà ed amore perirono i cavalieri di Beorhtnoth. In questo seppero essergli superiori, perché «è l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore, non quello dell’orgoglio e dell’ostinazione a essere il più alto e il più commovente».</p>
<p>È nell&#8217;ora del declino, nel momento della prova che la risposta all’appello di un amore senza data di scadenza assume già, per un istante, i colori dell&#8217;eternità. In fondo «il sunto di questa storia / per altro senza importanza / che si potrebbe chiamare appunto resistenza» è questo: l’amore è una “cosa” avvolta nel mistero di una fedeltà creatrice, una realtà da apprendere giorno per giorno tra le mille difficoltà del vivere quotidiano. Lungo l’«immenso labirinto di quel dilemma» si snoda l’apprendistato di una vita a due il cui approdo finale è stato consegnato dal Signor G ai versi di un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YNyN--TqIIs&amp;feature=related">altro</a> dei suoi capolavori: «Quando sarò capace di amare / potrò guardare dentro al suo cuore / e avvicinarmi al suo mistero / non come quando io ragiono / ma come quando respiro».</p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>L&#8217;importante è vincere</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 23:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaella Frullone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Raffaella Frullone Non so voi, ma io in genere voglio vincere. Non importa il prezzo da pagare, il mio obiettivo è arrivare sul podio, prendere il premio e possibilmente anche gli applausi. Non importa nemmeno il tipo di competizione, la materia, lo sport, se gioco voglio vincere. Altrimenti non gioco. Ciò non significa che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=costanzamiriano.wordpress.com&amp;blog=19764348&amp;post=3284&amp;subd=costanzamiriano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/calcio_balilla.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3285" title="calcio_balilla" src="http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/02/calcio_balilla.jpg?w=300&#038;h=241" alt="" width="300" height="241" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>di Raffaella Frullone</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Non so voi, ma io in genere voglio vincere. Non importa il prezzo da pagare, il mio obiettivo è arrivare sul podio, prendere il premio e possibilmente anche gli applausi. Non importa nemmeno il tipo di competizione, la materia, lo sport, se gioco voglio vincere. Altrimenti non gioco.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><span id="more-3284"></span> Ciò non significa che io non possa perdere, anzi, dopo un certo numero di sconfitte so farlo anche con un certo stile, ma l’obiettivo resta la vittoria e l’esito della competizione condiziona la mia giornata. Per maggiori informazioni su questo tema potete chiedere ad Antonio, mio collega e compagno di squadra al biliardino, o Calcio Balilla che dir si voglia, svago che ci concediamo qualche volta dopo pranzo. Lo so che voi starete pensando che io nell’attività di cui sopra sia una schiappa, e in effetti lo pensavo anche io, fino ad un anno fa, anche perché fino ad allora non ci avevo mai giocato e l’ultima volta che avevo visto un biliardino era in oratorio, funzionava a 50 lire e io non ci giocavo perché era da maschi. Ma noi siamo cattolici, e ci lasciamo interpellare dalla realtà, ecco perché quando mi hanno chiesto di giocare ho accolto la sfida, con un discreto successo devo riconoscere. Insomma dicevo, Antonio monitorizza le mie reazioni del post partita: ovviamente quado vinco (quasi sempre) faccio una specie di conferenza stampa, convoco tutte le agenzie e lo annuncio a gran voce, sì vantandomi anche un po’, mentre quando perdo (sempre perché qualcuno bara e fa “i ganci”) sprofondo in un buco nero,che poi più che nero è silenzioso ed ecco perché i miei colleghi, dopo due minuti in cui non mi sentono parlare/commentare/borbottare/polemizzare, si preoccupano. Il peggio viene quando pareggiamo, perché i maschi abbandonano il campo con un mezzo sorriso, ricominciando a parlare di politica come se niente fosse, della serie “dai, l’importante è partecipare”. L’importante è partecipare?? Non per me, signori. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">E se è così quando parliamo di Calcio Balilla immaginiamoci che reazione può provocare in me la campagna delle “</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><em>Pari o Dispare</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">”, il comitato che si propone “l’effettivo raggiungimento della parità fra uomini e donne italiani attraverso il lavoro, semplicemente facendo leva sulla  meritocrazia” e che ha costruito la sua campagna sullo slogan “L’importante è pareggiare”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Per avere un’idea di che cosa si tratta basta dare un’occhiata ai video della campagna, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><em><a href="//pariodispare.org/2011/i-numeri-della-differenza/">I numeri della differenza</a></em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">, </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><em><a href="http://pariodispare.org/2011/gli-stereotipi-della-differenza/">Donne non stereotipi</a> </em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">che si concludono con il messaggio del Presidente onorario del comitato Emma Bonino che ribadisce: “l’importante è pareggiare”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Sul sito si sottolinea, sempre nella sezione obiettivi, che: “nell’occupazione bisogna far emergere, riconoscere e valorizzare il merito, che è presumibilmente identicamente distribuito fra maschi e femmine, per ragioni sia di efficienza, sia di equità del nostro sistema-Paese”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Riconoscere, far emergere, e valorizzare il merito. Il merito. Ma perché “merito” e la “meritocrazia” ultimamente vanno di moda al punto da esser considerati la panacea di tutti i mali? </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><em>Merito</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"> viene dal latino “merere”, e significa in sostanza avere diritto alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore. Si tratta insomma di una sorta di diritto alla stima, alla riconoscenza. Gira e rigira la Bonino infatti arriva sempre lì, ai diritti, a qualcosa che le è dovuto. Ma in base a cosa? Al genere? Possiamo davvero dire che qualcosa ci è dovuto perché siamo donne? Siccome in quanto donne siamo certamente più meritevoli, ci è dovuta la parità di cariche, stipendi, trattamento?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Anche senza metterla al femminile, la questione del merito mi lascia un filo perplessa, il merito in cosa si misura? In titoli di studio? Conoscenze, competenze? Esperienze pregresse? Stipendio percepito? Siamo certi che basti? E soprattutto, siamo proprio sicuri che sia tutto farina del nostro sacco?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size:medium;font-family:'Times New Roman', serif;">Per esempio, com’è che io riesco addirittura a sostenere una partita di calcetto e addirittura a volte, a infilare la pallina nella porta avversaria? Merito delle mie competenze acquisite sul campo? Merito mio?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Me lo chiedo spesso, e ovviamente non tanto per il calcetto. Per esempio ogni volta che devo scrivere un articolo o un post per il blog vorrei trovare una cosa davvero bella e interessante, utile per chi legge e magari scriverla in modo così brillante da vincere il pulitzer. Non mi succede mai, sono mediamente scontenta di quello che scrivo perché so che avrei potuto scriverlo, in anticipo, documentarmi di più, prepararmi meglio. Tuttavi spesso accade che qualcuno mi scriva ringraziandomi, o manifestando stima. Eppure io so di non avere alcun merito. Quindi come fare a costruire una società su un valore così difficilmente misurabile? Come si fa a stabilire cosa è merito mio?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Lo chiedo al Catechismo, che mi ricorda che <em>“Il merito dell&#8217;uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l&#8217;uomo all&#8217;opera della sua grazia. L&#8217;azione paterna di Dio precede con la sua ispirazione, mentre il libero agire dell&#8217;uomo viene dopo nella sua collaborazione, così che i meriti delle opere buone devono essere attribuiti innanzitutto alla grazia di Dio, poi al fedele. Il merito dell&#8217;uomo torna, peraltro, anch&#8217;esso a Dio, dal momento che le sue buone azioni hanno la loro origine, in Cristo, dalle ispirazioni e dagli aiuti dello Spirito Santo”</em>. E anche che: <em>“La carità di Cristo è in noi la sorgente di tutti i nostri meriti davanti a Dio. La grazia, unendoci a Cristo con un amore attivo, assicura il carattere soprannaturale dei nostri atti e, di conseguenza, il loro merito davanti a Dio e davanti agli uomini. I santi hanno sempre avuto una viva consapevolezza che i loro meriti erano pura grazia”</em>.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"> <span style="font-size:medium;font-family:'Times New Roman', serif;">In sostanza il nostro merito può essere quello di aprirci alla grazia di cooperare con essa. Possiamo mettere il nostro libero arbitrio nelle mani del Signore, e meno male, direi io, che se fosse tutto in mano nostra, sai che disastri.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">Insomma, care </span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"><em>Pare e Dispare</em></span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;"> , più che affermare che il merito è stato distribuito equamente tra uomini e donne, bisognerebbe riconoscere che ad essere distribuita è una grazia che non viene da noi e che è la sola che ci mette in grado, se accolta, di costruire ed essere feconda.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:medium;">E oltre maschi e femmine, siamo anche alti e bassi, loquaci e timidi, forti e fragili, orgogliosi e umili, italiani e stranieri e si potrebbe andare avanti ore per dire che siamo tutti profondamente diversi e unica è la nostra risposta alla grazia. Tutto si può fare dunque, tranne pareggiare. Mettere il nostro nulla nelle mani del Signore è l’unica strategia che garantisce il risultato finale, la vittoria.</span></span></span></p>
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