di Daniela Bovolenta Perfectio Conversationis
Il mondo è in frantumi, lo diceva già una trentina di anni fa Solgenitsin, e non aveva ancora visto il peggio.
Il sociologo Giuseppe De Rita, nel 44° Rapporto annuale del Censis (2010), parla di “società coriandolare”, ancor più disgregata rispetto a quella “liquida”, descritta da un altro sociologo, Zygmunt Bauman.
Come siamo finiti in coriandoli?
Stracciando sempre più i rapporti che legano l’uomo a Dio, poi quelli che legano l’uomo all’uomo, infine i legami interni che tengono unito l’uomo in sé stesso. A ogni pezzetto che andava in frantumi, ci siamo appellati a qualche libertà, a qualche bisogno reale, senza comprendere che ci consegnavamo, mani e piedi legati, ai nostri nemici o, se volete, al Nemico.
Ma il primo passo, quello che più conta, è stata la mistificazione del concetto di verità.
Siamo piombati nel mondo dell’opinione: quella di Lutero e dei suoi seguaci, che non vollero sottomettersi all’autorità della Chiesa, e poi passo passo l’opinione che accampa pretese nei confronti di ogni altra autorità, quella di chi crede che si possa decidere della vita e della morte in piena autonomia, nell’aborto e nell’eutanasia, l’opinione di chi vuole addirittura rinnegare l’evidenza di maschile e femminile, trasformandola in una libera scelta, un’opzione volontaristica tra tante.
Non che la verità sia semplice: è una tensione, un lavoro, una responsabilità. Ha i suoi rischi, come tutto. Ha i suoi vantaggi, però, per i quali è insostituibile: è roccia a cui poter tenere ancorato il pensiero, è solida, si impone, è valida moneta di scambio tra uomini.
La verità ha come primo presupposto la convinzione che ci sia un mondo al di fuori di noi almeno parzialmente conoscibile e come secondo presupposto la persuasione che abbiamo gli strumenti – intelletto, logica, sensi e loro estensioni artificiali – per conoscerlo.
Contra facta non valet argumentum, dice un vecchio adagio. Ecco, mi guardo attorno e vedo un mondo che accampa argomenti su argomenti contro i fatti, al punto da negare l’esistenza dei fatti stessi, riconoscendo valore fondativo ai soli argomenti. Senza verità, siamo tutti coriandoli isolati, senza capacità di comunicare, in grado soltanto di prevaricare o essere prevaricati. Senza verità, siamo disperati, perché ciò che la nostra mente ha autonomamente creato, in un attimo la nostra mente può autonomamente distruggere. Senza verità, a nulla serve la famiglia, ci saranno mille famiglie e infinite combinazioni possibili di esseri umani e relative pulsioni e figli concepiti nel più antico dei modi e poi in mille altri modi ancora, tutti i modi essendo intercambiabili. Famiglia non sarà più il nucleo che dura nel tempo, che trasmette la vita e la cura, specie nei più deboli: bambini, malati, anziani. Famiglia sarà un nucleo provvisorio di rivendicazioni infinite: case, patrimoni, figli come beni da assegnare, pensioni, sgravi fiscali. Nascite da programmare, eutanasie da calendarizzare. Senza verità, l’uomo in sé stesso è un oggetto auto costruito/auto distrutto.
Le ultime derive dell’arte, ad esempio l’artista Franko B (attenzione: il link è solo per stomaci forti), sono inquietanti: si usa il corpo stesso come opera d’arte, non più in performance in cui viene dipinto e decorato come nella vecchia body art, piuttosto sezionandolo e ricomponendolo arbitrariamente, facendone oggetto di performance di alta macelleria. L’ultimo stadio della lotta all’uomo: l’uomo che lotta in sé stesso, che si vuole ridefinire su base volontaristica; scelgo il sesso, ma anche la forma, la trama della pelle, la disposizione degli organi… come sempre l’arte, anche nelle sue aberrazioni, sa arrivare al fondo delle questioni.
In Gen 3,21 leggiamo “il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì”. Cacciando Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, Dio ne ha subito cura, li veste, dà loro un abito: un habitus, delle abitudini, delle consuetudini che lo proteggano e ne rivestano la nudità.
La folle lotta contro la verità a cui stiamo assistendo prende forme molteplici, ma mai così virulente come la lotta alla famiglia, il raggruppamento umano minimo, il nucleo di base in cui la verità è incarnata da relazioni biologiche, da necessità vitali, da trasmissione di abitudini/abiti, cioè di civiltà, dal passato al futuro. Non è un caso che la lotta più dura si stia combattendo su questo fronte. Non si tratta soltanto di omosessualismo, di aborto ed eutanasia, si tratta di sciogliere il significato stesso di famiglia ampliandolo a dismisura, diluendolo in ogni salsa, fino a raggiungere il vero sogno di ogni assolutismo: una società di cellule separate, di coriandoli, da organizzare e riorganizzare in continuazione sulla base di funzionalità provvisorie, convenienze temporanee, organigrammi sempre mobili. Ogni individuo considerato soltanto nella sua capacità di produrre e di consumare, senza anziani da custodire, senza figli inopportuni a cui badare, senza troppe tare genetiche, senza legami che non possano essere sciolti secondo necessità. Uomini come oggetti.
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