di Cyrano
Roma scongela.
O meglio, fa finta di scongelarsi, come prima aveva fatto finta di congelarsi: come quando da bambini si sta fermi e zitti a letto coi fratellini, quando mamma e papà passano a vedere se si dorme o se ancora si fa baldoria… ecco, così a Roma: perché la neve non c’è, ma il piano antineve sì (stavolta non ci si burla di noi, eh!). Dice che però c’è ghiaccio per terra: no, quello è sale, stavolta si son portati avanti sul lavoro… E poi, via, anche il Tevere si porta avanti col lavoro: di tombino in fogna, non dovrà aspettare Ostia per prendere un po’ di sapore! Anche a letto da bambini, a ben ricordare, quando mamma e papà facevano la ronda, era sempre per questo motivo che si veniva scoperti: si stava troppo immobili, troppo zitti. Chi dorme (per davvero) non piglierà pesci, però non sta fermo al punto da occultare i moti del respiro dal petto, non sta zitto al punto da non russare (almeno un po’, almeno ogni tanto, su siate onesti!) o almeno da non biascicare qualche settenario sciolto nel sonno, e soprattutto… non si mette a ridere all’improvviso perché lo si sta per scoprire!
Con tutto ciò: tana per Roma sotto due centimetri di neve!
Lo ammetto, è tutta invidia la mia. Proprio in questi giorni sarei dovuto essere sulle Alpi a sciare: pensavo che certe cose capitassero solo a Gastone Paperone, e invece a dicembre mi è stato segnalato che avevo vinto una settimana bianca! Sincerarsi della veridicità della notizia e notare che il premio cadeva in una settimana assolutamente proibitiva per ogni spostamento è stato un tutt’uno. «Basta!» mi dissi, distruggendo l’agrodolce notifica: «Non ci voglio pensare oggi – mi salivano alle labbra le liriche battute di Rossella O’Hara – ci penserò domani!»
E c’ho pensato, il giorno dopo, e mica solo quello: ogni tanto lo sguardo mi si accigliava su quella settimana oscura (questa) del mio calendario. «Il nostro destino è crudele – diceva l’Attila di Abatantuono, giunto coi suoi, assetatissimi, in riva al mare –: dover morire di sete davanti a tanta e tanta acqua!»
Così pensavo, nei giorni scorsi, a vedere la neve che fioccava: che fa, sfotte pure? Poi su internet i filmati delle feste per strada (okay, due palle di neve le ho tirate anch’io), e le notizie di quei matti che erano andati a fare sci di fondo in piazza San Pietro. Ecco, prima di proseguire devo rivolgere a quei matti (chiunque essi fossero) i sensi della mia più profonda e ammirata stima: lo ammetto non c’avevo pensato, ho perso l’attimo.
D’altro canto, anche se c’avessi pensato, mica mi sarei potuto unire a voi coi miei Salomon da discesa?! Già mi vedo, arrivo affannato al colonnato con le movenze di Armstrong sulla Luna, infilo gli scarponi, attacco gli sci, faccio dieci metri canticchiandomi la colonna sonora di Momenti di gloria e poi rovino al suolo con un paio di menischi compromessi. Uno dei miei più grandi limiti sulla neve è che non capisco proprio la gioia dello sci di fondo, al punto che non m’è mai saltato in testa di provarne un paio, di quegli affari snodabili. Non è solo che li commisero mentre sfreccio da cima a valle e li vedo arrancare su e giù per dei sentierini a sette chilometri orari… è proprio che lo sci di discesa e lo slalom (ancora di più!) sono per me metafisica, poesia e teologia insieme. Lo sci alpinismo poi è mistica, e quando ne avvisto un paio, da lontano (da molto lontano), guardo quegli eroi con lo sguardo infatuato degli uditori di un culto misterico.
Sul serio, qualche volta ho anche pensato di fornire questa giustificazione, alla mia coscienza, davanti a ghiotte occasioni innevate: «Beh, in fondo è un po’ come se andassi a seguire un corso intensivo, su…».
È vero, non ho mai avuto l’ardire di esporre queste motivazioni ai miei colleghi, ma certamente non per mancanza di argomenti!
La prima cosa che uno scopre, quando inforca gli sci, è che la metafisica è sperimentabile tanto quanto la fisica: la grande differenza tra i pattinatori e gli sciatori è che sui pattini il busto sta proteso in avanti tanto quanto basta per accompagnare la spinta delle gambe, mentre sugli sci “è la neve che spinge”, e le gambe possono dosarne la spinta solo se il busto è tanto proteso in avanti da dare allo sciatore un baricentro eccentrico. Lo so, chi non ha mai sciato non avrà capito niente di ciò che ho provato a dire, mentre agli altri sembrerà solo un modo astruso di dire una cosa ovvia: sugli sci si può tenere l’equilibrio, senza finire a gambe all’aria, solo finché si accetta di stare fortemente sbilanciati in avanti. Lo sci di discesa è una splendida metafora della fede: per di più, oltre a contare sulla forza di gravità (e chi l’ha mai vista? David Hume non se la sarebbe quasi sentita, di affermarne categoricamente l’esistenza), conta pure sulla presa degli sci su di una base paurosamente scivolosa.
Sugli sci la fisica si dimostra vera base della metafisica: non si accelera e non si frena – si cade soltanto – se non si ha “una postura estatica”, protesa fuori di sé. Dopotutto nascere, innamorarsi, generare, insegnare, vivere e morire non funzionano solo a patto di questa fiducia originaria? La lama dello sci che raschia il ghiaccio sotto la neve, ed ecco il baleno della vita: può terminare fuori pista al primo muro, ma basta questa possibilità a negarsi il brivido dello sfrecciare leggeri tra cielo e terra, sfiorando entrambi?
E poi ci sono i pali, c’è la dura legge delle porte: con lo slalom, la fisica e la metafisica si riversano nella teologia. Quei sedicenti teologi che sognano “una teologia senza dogmi” (ossia uno slalom senza porte) non devono mai essere stati a sciare su piste di discesa di grandi vette alpine: scendi dall’impianto, in cima, e vedi solo un’indistinta coltre di gelido bianco. La terra e il cielo, in quei momenti, sono più un postulato della ragione che un’evidenza: fortuna che di solito c’è un branco a cui accodarsi – non sarà molto nobile, va bene, non ci starà la colonna sonora di Momenti di gloria, però si capisce da quelli davanti e attorno a noi se la pista scende o sale, se curva, se si sta andando verso un dirupo… Ecco il campo della teologia: si può sciare su ogni neve, con le varianti del caso, ma ci sono tratti in cui la paziente esperienza di tanti ha segnato dei passaggi obbligati, in cui la bravura sta nel seguire il percorso con la propria grinta e cercando il tempo migliore. Nessuno chiamerebbe tontoloni i campioni di un gigante, che si sfidano sul filo di centesimi e millesimi di secondo, ma ci sono dei teologastri che snobbano con aria di sufficienza i colleghi che si attengono al dogma. «Bleah, ancora Magistero?» Come se uno tagliasse dritto tutte le porte in un gigante e pretendesse la medaglia d’oro!
E qui si apre la questione più dolorosa, perché si possono sopportare i crampi a cosce e polpacci, si gestisce l’abbassamento della vista per l’esaurimento delle energie, ma i centesimi e i millesimi per cui si lotta sono stabiliti in base alla partenza e all’arrivo: è davvero una partenza, ciò che ci ha buttati sulla pista? Ed è davvero un arrivo quello che ci aspetta, o non ci sarà piuttosto un trampolino, dopo l’ultima curva, e un salto nel vuoto?
Ecco perché guardo agli sciatori alpinisti come ad animali di un’altra razza: io faccio le mie piste, studio le traiettorie e sego decimi di secondi alle porte… tanto a fondo pista un bombardino ad aspettarmi lo trovo senz’altro. Quelli invece vedono la pista anche tra gli scogli della montagna, le porte su della neve che nessuno ha mai battuto (o sì?), e possono fermarsi o muoversi quando vogliono, perché sembrano già da sempre arrivati.

