di Cyrano
«Ma statte zitta, ché quanno t’ho bbaciata l’artro ieri se sentiva ancora la puzza de quello sfigato der giorno prima!»
«Sfigato ce sarai te, che comunque c’avevi addosso er profumo de quella cessa de ‘a terza bbi sortanto ieri, datte ‘na regolata!»
No, non è la sbobinatura di una puntata di Uomini e Donne, né di Forum né di non so quale altra dotta tribuna televisiva: “ ‘a terza bbi ” è un indizio decisivo, sono degli adolescenti, e me li sono trovati tra i piedi andando a far catechismo in parrocchia. Solo un pensiero m’ha smorzato la sensazione di star sciupando irrimediabilmente il mio tempo con loro: il mio parroco e i viceparroci (ma non penso che agli altri vada molto meglio) devono percepire quella stessa fitta in modo terribilmente più sconsolato. “Mal comune, mezzo gaudio”, ma io direi anche meno (molto meno!) di mezzo, e comunque il prossimo che mi viene a parlare dei giovani come “speranza del domani” lo accoppo, come del resto ho già fatto con l’ultimo.
Ora vi racconto com’è andata avanti la discussione, mentre mi sedevo e cercavo di non farmi scendere il polso sotto le trenta pulsazioni al minuto. Prima, però, mi devo sbottonare un istante, perché questi dialoghi surreali tra adolescenti sono quasi la prova del nove: la storia della parità è stata contaminata (ben al di là dei ragionevoli e giusti riconoscimenti) da un’ideologia che a conti fatti è solo l’ultima metamorfosi del maschilismo. Mi ripeto, lo so, ma la questione è seria: com’è che invece di uniformarci verso lo standard del pudore femminile sono le donne che si sono sbragate all’infimo livello dell’impudicizia di certo maschiume?
Non che siano molto più concreti e quotidiani di quelli del giovane Werther, ma da che dipenderanno mai “I dolori del giovane Walter” (secondo me comunque un premio Strega si dovrebbe darlo, alla Littizzetto, anche solo per questo titolo!)? Non sarà che il giovane Walter soffre perché la giovane Jolanda gli assomiglia sempre di più? E che è, bisognava accettare che il giovane Walter facesse l’uccel di bosco fra le fresche frasche, mentre la giovane Jolanda si guadagnava l’aureola facendo il sugo e sopportando le infezioni riportate a casa dal giovane Walter?
Mo’ ve lo dico, quello che penso, ma riprendiamo il filo da dove l’avevamo lasciato in sospeso… anzi no… ora dovrei imbracciare la chitarra e mettermi a cantare sulle note di Brassens: «La suite serait délectable, / malheureusement, je ne peux / pas la dire, et c’est regrettable: / ça nous aurait fait rire un peu»*. Il fatto è che il seguito del dibattito tra i due piccioncini è stato così colorito… così arricchito da cinguettii di borgata… che mi vedo alfin costretto a proporvene una parafrasi riveduta e corretta (nonché letterariamente migliorata, si spera). Procediamo ordunque:
«Mia cara, non sta a voi biasimare le prodezze di un giovane di talento col pretesto di riferire ad esse le vostre bassezze»
«E vi prego, in forza di che stimate che siano bassezze in me ciò che reputate prodezze in voi? Non vorrete ancora sostenere che un giovane padrone di sé vada tenuto per un cavaliere di successo, mentre una damigella altrettanto padrona di sé per una cortigiana dedita al meretricio!?»
«Ebbene, mia cara, gli è una legge di natura che vi obbliga a piegarvi a codesta verità…»
«In fe’ mia, ardo tutta dal desiderio che me la esponiate, codesta legge di natura…»
«L’è tosto detta: figuratevi una chiave capace di dischiudere, aprire e financo dissigillare ogni serratura… non sarebbe essa una chiave portentosa?»
«Lo ammetto, lo sarebbe: non vedo però come il vostro paragone cada a proposito del diverbio presente…»
«Oh, ne va dritto al cuore, credetemi: cosa si potrebbe mai pensare, invece, di una serratura che possa similmente venire dischiusa, aperta e financo dissigillata da ogni chiave? Non vi vergognereste anche solo di supporre in detta serratura una qualsivoglia utilità?»
Ecco, un po’ come disse Manzoni di Lucia (si parva licet…): «Di tal genere, se non tali appunto», erano gli scambi di vedute tra i due fringuelli. Il gruppo prendeva parte, discreto ma presente, come un coro di Sofocle!
Adesso però torniamo seri, perché di cose serie si sta parlando: quasi che la chiave avesse un qualche diritto naturale a trastullarsi in quante più serrature possibili, escludendo ovviamente un viceversa.
La fanciulla tacque, vinta dal rigore spietato dell’analogia. In qualche modo trattenne pure i lacrimoni, forse per un insospettato residuo d’amor proprio: il ragazzo le aveva mostrato quello che era per davvero… E certo! Perché? Quali armi doveva avere a disposizione, la passerotta, per smontare l’idiozia del pettirosso? Nessuna, perché “l’educazione delle fanciulle” è stata fondata per evi immemorabili sulla regola d’oro: “lei-può-restare-incinta-(e-non-deve)”. Viceversa, con lui si può essere molto più indulgenti che con lei. Terremoto-contraccezione: la regola d’oro non vale più, per lei. E mo’ che si fa? Si lascia che si abbrutisca anche lei? Wow, gran cosa il progresso!
Evidentemente qualcosa non funziona: la “regola d’oro” non vale più perché “non è tutto oro quel che luccica”, e quella non era più che carta stagnola. Non si può ammettere che ci siano “case” per tollerare i vizi dei maschi e “focolari” per idolatrare le virtù delle femmine, dal momento che si darebbe il caso che i maschi vadano con le femmine e le femmine coi maschi.
Come può ardire di mettere mano a una vera “educazione delle fanciulle” chi non ha già in mente di darsi pure a una ferma “educazione dei fanciulli”? Che volevate? La fabbrica delle mogli e quella delle prostitute? Beh, resterebbe sconfessato ogni presupposto della vera sottomissione, ovvero dell’amore sponsale: una schiava, che stia a casa o in un bordello, sarà forse premurosa e servizievole, ma non potrà essere amata e in fin dei conti non potrà amare.
Alla parabola della chiave e della serratura però bisogna dare una risposta, per quanto si rischi d’impegolarsi in similitudini di dubbio gusto. La luce, però, splende nelle tenebre, benché le tenebre non l’accolgano, e fermo restando comunque che non possono sopraffarla, quindi avanti con la chiave e la serratura! C’è che la parabola contiene un’aporia, ovvero che qualcosa non torna. Cosa?
Quello che sa chiunque ha ricevuto, una volta nella vita, un mazzo di chiavi in risposta al bisogno di aprire una porta: le provi una a una, disposto a ripassarle tutte, finché non arrivi a quella giusta. In quell’occasione s’impara che quando una chiave entra nella serratura è lecito esultare, sì, ma a mezza bocca, perché non tutte le chiavi entrano nella serratura, è vero, ma neanche tutte quelle che ci entrano sono capaci di aprirla. Una sola può aprirla, e quella è l’unica che può distinguersi con lo stesso scarto sia da quelle che neanche entrano sia da quelle che, una volta entrate, non possono girare.
«Beh – potrebbe cinguettare il pettirosso – comunque questa è una ragione in più per ripassarsi tutte le serrature possibili, così da aumentare la probabilità d’incocciare quella giusta!» Ancora fuori strada, l’uccel di bosco, perché è tutto così concentrato sulla serratura da non rendersi conto che c’è una maniglia, attorno alla toppa, e che c’è un’intera porta in cui quella è fissata.
L’“educazione dei fanciulli” è necessaria (e urgente) perché stormi e stormi di pettirossi vagano perennemente nell’anticamera della vita, quasi che lo scopo del gioco sia inserire la propria fantastica e sbrilluccicantissima chiave nel maggior numero di serrature possibili. Chiaro che non proveranno mai neanche a girarla, la chiave, dopo averla inserita, perché le serrature, in fondo, sono tutte uguali, e sono innumerevoli. Le porte, però, altrettanto innumerevoli, non sono tutte uguali, e dall’osservazione attenta e paziente di una porta si può già fare un buon pronostico su ciò che cela (e a cui può introdurre): al tatto una porta è liscia o ruvida, fredda o calda, polverosa o pulita. Non avrei mai voglia di entrare in una stanza la cui porta avesse la maniglia sudicia; sarei curioso di sapere cosa c’è dietro a una porta dai cui pertugi non trasparisse un filo di luce, ma forse alla fine non me la sentirei di rischiare; se da sotto poi uscissero fumo, liquami, cattivi odori, non perderei tempo a guardare la maniglia e la serratura neanche se fossero d’oro zecchino. Ho come la fiducia, invece, che quando si scelga la porta davvero attraente, la porta magnetica, la porta giusta, la chiave e la serratura si accordino da sole – in fin dei conti sono tutte uguali, le chiavi e le serrature.
Se però non si ha il coraggio d’investire energie e tempo in una vera educazione delle fanciulle, ossia in una solida educazione dei fanciulli, le chiavi continueranno a vagare nell’anticamera della vita, gareggiando l’una con l’altra sul numero delle serrature visitate, e le serrature resteranno lì a collezionare le visite di più chiavi possibili. Senza una maturata disposizione all’impegno, le une e le altre dimentiche delle porte da aprire su mondi veri, il disimpegno della vita si trasforma in un corridoio blindato, da manicomio.
*: «Il seguito sarebbe divertente, / sfortunatamente non posso / raccontarvelo, ed è un peccato: / ci avrebbe divertiti un po’…»
(lo so, De Andre’ l’ha tradotta tutta, ma non mi piace come ha reso questa frase. Ecco)
