di Raffaella Frullone
Almeno vestisse Prada, il diavolo, capirei come mai a volte mi ha completamente in pugno. Almeno si palesasse con un paio di Loubotin, si spiegherebbe la poca fatica che fa a farmi cascare così puntualmente e in modo così prevedibile nei tranelli che mi mette ogni giorno sulla strada.
Invece no, niente Prada, niente borse di Louis Vouitton, il nemico non ha nemmeno bisogno di arrivare alle grandi questioni di principio per farmi capitolare, gli basta un look decisamente più easy, uno stile casual e soprattutto l’accessorio chiave, il suo marchio di garanzia: conoscere perfettamente il suo pollo, ovvero la sottoscritta.
Lo immagino mentre mi aspetta la mattina in ufficio, se ne sta seduto beato alla scrivania mentre io, in ritardo, faccio il tragitto in macchina. Chiudo la porta di casa, con una mano tengo il telefono, con l’altra scarto la kinder colazione più, con l’occhio sbircio l’orologio, naturalmente è tardi. Mi impongo di far durare la telefonata il tempo della colazione, perché poi mi restano quegli otto minuti nei quali cerco di rivolgermi allo Spirito e di affidargli la mia giornata, ma la chiacchiera si prolunga, il tragitto si accorcia, non c’è più tempo, e il diavolo ha vinto la sua prima, piccola battaglia, mentre la mia giornata ancora non è iniziata.
Così arrivo in redazione, mi siedo, e matematicamente nei primi 45 minuti apro la famigerata pagina di facebook ed è qui che il maligno mi aspetta, con l’acquolina in bocca. Il fatto è che ho raggiunto quota 1186 “amici”. Amici tra virgolette, virgolette esageratamente grosse perché ci finiscono dentro un po’ tutti, ex colleghi, conoscenti, contatti di lavoro, personaggi conosciuti nei luoghi più strani, amici di amici di amici, cugini di ottavo grado e compagni di classe meteore.
Il nemico mi aspetta in un luogo virtuale all’apparenza innocuo, mi strizza l’occhiolino dal più gettonato dei social network, e tra il link di Eye in the Sky, la fotografia dei bimbi degli amici, post di varia natura sulla politica, l’economia, l’ecologia, articoli di vario colore e taglio c’è sempre, e dico sempre qualcosa che attira il mio occhio come una calamita. Può essere uno status, uno sfogo, una riflessione, un commento che accompagna un articolo, una dichiarazione di intenti, o di guerra, un motto, un’accusa, un virgolettato. Autoprodotto, copiato, liberamente tratto, non fa differenza. Firmato Odifreddi, Mancuso, Repubblica&co, o anche anonimo, purchè rigorosamente anticlericale, progressista, femminista, cattolicamente adulto, sempre e comunque politically correct.
Il livello, con alti e bassi, è quello del bar sport. Si parte dai classici: «Con un anello del Papa si sfama il Congo» (ma poi, perché proprio il Congo?), «I preti sono tutti pedofili»,«Credo in Dio ma non nella Chiesa», «Sono credente ma non praticante», per passare al filone politico: «Gesù era comunista», «la Chiesa sta con Berlusconi», «la Chiesa non paga l’Ici», quello storico: «Il cristianesimo ha fatto milioni di morti, dalle Crociate a con Pio XII che ha appoggiato i nazisti», anche quello biblico: «I Vangeli autentici sono quelli apocrifi», «Gesù era sposato», «Gesù aveva dei figli», «Gesù non è risorto», poi c’è il filone intellettuale: «la devozione è per il popolo bue», «assurdo nel 2012 credere alla Chiesa», «la scienza, la psicologia e la fisica ci hanno spiegato tutto», e infine il filone recente: bioetica, educazione, politiche famigliari «la Chiesa lascia che i bambini muoiano di Aids», «La Chiesa impedisce alle donne di abortire», «La Chiesa discrimina i gay e i trans». E chi più ne ha più ne metta.
Insomma mi tocca leggere proprio di tutto. Il punto è che più la castroneria è grande, più il delirio è grave, più il sangue mi schizza immediatamente al cervello, l’istinto animale si impossessa di me, la paladina della giustizia esce fuori e sguaina con orgoglio la spada luccicante. A dire il vero ho un momento di lucidità, dura meno di un secondo. Clicco commenta e mi dico: “No, non ne vale la pena, è inutile, è una posizione ideologica, quello che stai per scrivere non cambierà le sue convinzioni, lo hai già fatto un sacco di volte, lascia stare, non farlo”. Però, sulla mia spalla, il diavoletto H&M, sghignazzando furbescamente sussurra: “Su, dai, rispondi, non vorrai che rimangano scritte senza replica quelle brutte cose sulla tua amata Chiesa? Non puoi non dire proprio nulla, daaai, solo 140 caratteri, che sarà mai”. Ecco, in quell’istante, in quell’esatto istante, sono sua schiava.
Una parte di me si convince di stare facendo la cosa giusta e anzi, si persuade di fare del bene. Scrivo, argomento, spiego, prima seria, poi ironica, poi pungente, poi accogliente. Insisto, spiego, clicco, copio, incollo, accuso, difendo, alludo. Il tutto naturalmente partendo dall’assunto di base, e cioè che ovviamente io ho ragione.
Quando la paladina della giustizia, armata di penna e spada, si impadronisce di me, può succedere che non mi abbandoni per ore, che compulsivamente vada a verificare cosa mi hanno risposto a volte emeriti sconosciuti, e più ce l’hanno con la Chiesa, più io mio ostino a non mollare. Generalmente il livello, che ricordiamo partiva dal bar sport, tende inevitabilmente ad abbassarsi e la conversazione spesso rasenta una tristezza infinita. Soprattutto se siamo in presenza del tuttologo di turno, all’occorrenza teologo doc. Sì perché i tuttologi che prima invadevano i salotti televisivi e ci facevano rabbrividire per la loro poco o nulla conoscenza della materia sulla quale intervenivano, su facebook si moltiplicano a suon di click e si sentono autorizzati a pontificare su qualunque cosa. Così chiunque può venire a darci lezioni di storia del cristianesimo, liturgia, apologetica, diritto canonico, catechetica, pastorale, spiritualità, morale, sacra scrittura, educazione, bioetica, famiglia. A volte mi chiedo se abbiano frequentato tutti qualche facoltà teologica, ma poi mi accorgo che per intervenire sul tema basta dire: “Io credo ma a modo mio”, il passepartout per avere autorevolezza. Di fronte a un soggetto così ogni battaglia è persa, anzi, non si riesce nemmeno a combattere perché menare la spada è come sparare sulla croce rossa, si smentiscono con le loro stesse parole, si fanno conoscere dal calderone di banalità che riescono a mettere insieme in poche righe.
Di fronte a questo, dopo anni e mesi di muro contro muro, dovrei essermene fatta una ragione, dovrei aver imparato che commentare non porta a nulla se non a perdere del tempo prezioso, dovrei essere riuscita a controllare la smania di replica, e invece no, non ce la faccio, perché come tutte le donne devo sempre dire la mia, a maggior ragione quando mi toccano la fede, Cristo e la sua Chiesa. Soprattutto devo essere io a dire l’ultima parola.
Ecco siccome il diavoletto vestito a saldo non mi molla, questo post vuole essere un appello, aiutatemi, fermatemi. Se mi doveste trovare su qualche bacheca a sostenere idee che nessuno vuole ascoltare, fermatemi, è tempo perso. Se doveste scoprirmi argomentare animatamente un post che afferma che “Dio è un amico immaginario” portatemi fuori dalla bolgia della retorica e mettetemi in salvo.
Ricordatemi che è una tentazione che posso affrontare, che bisogna saper dosare parole ed energie anche su un social network, che c’è un modo per ogni cosa, oltre che un tempo. Ricordatemi che il nostro parlare deve essere “Sì” o “no”, fatemi presente se qualcuno critica acidamente il libro di Costanza Miriano è solo per invidia, e che se proprio non resisto e voglio cedere alla tentazione del diavolo, almeno che vesta Prada.
