Cyrano ieri ha postato le sue riflessioni circa i commenti scaturiti dal post Kuestione di Kuore. Eccole.
di Cyrano
Cari amici,
anzitutto grazie mille a tutti: era un po’ che cercavo di avere dei feedback organici sulla “kuestione della kappa”, e avevo anche bisogno di qualche nota storico-critica (non sapevo che l’espressione l’avesse coniata Cammilleri).
Detto questo, eccomi qui a rispondervi: m’ero riservato di rimandare ogni reazione finché non aveste terminato di commentare, onde evitare d’innescare dibattiti su singoli punti.
Anzitutto, grazie a Sini per il racconto della sua storia: come ho già avuto modo di dire, la storia della mia vita non comprende il racconto di una grande conversione, ma di diverse conversioni “di più in più”. Solo intorno ai quattordici anni ho mancato un paio di messe domenicali, e a messa ci sono sempre andato con tutta la mia famiglia. Nonostante questo, Sini, comprendo benissimo il tuo senso di sdegno, di delusione e di rabbia: in qualche modo ho vissuto anch’io la solitudine di un’esplorazione in cui mi sono visto defraudato del mio diritto di cristiano a essere istruito nella pienezza della fede cattolica. Ho fatto da solo in molto, e questo è stato uno dei motivi che m’ha spinto allo studio e all’insegnamento della teologia: vorrei che ad altri venisse dato quello che io mi sono dovuto cercare quasi in solitaria. Il punto che più mi ha toccato del tuo racconto è stato quello in cui hai parlato della kappa come di una cicatrice. Sì, questo lo capisco davvero, e davanti a un simile segno di solitudine e delusione non ardisco sentenziare.
Senza sentenze, dunque, ma proseguendo il ragionamento, devo ricordare a me e a tutti che questa solitudine, per grazia di Dio, l’abbiamo oltrepassata, pur conservandone il ricordo “pasquale”: è per questo opportuno che, gradualmente, certo, la forza del Redentore arrivi a lenire anche la sensibilità di questa cicatrice.
Così Alessandro mi trova concorde in ogni sua espressione, e conferma per me (ma penso per tutti) che lo sforzo della ratio quaerens fidem illustrata concorre “naturalmente” alla composizione della frattura. Così con Sini ha ragione Roberto, a mio avviso, quando ricorda che la fede in fondo è una cosa semplice, e che i cosiddetti cattoprogressisti sostituiscono alla dialettica di libertà e grazia il monolitico dogma pratico dell’arbitrio, elevato a teoretico “abominio della desolazione”. Ora, per queste ragioni mi pare ragionevole l’asserto dell’uno e dell’altro, che cioè certo “cattolicesimo” (immaturo e intrinsecamente involuto) è destinato di per sé all’estinzione. Questa posizione, però, è contraria a quella di Salvatore, che ha rivendicato l’utilità e l’opportunità di differenziare con la kappa «quella minima frangia non protestante ancora presente nella chiesa cattolica»: quel “minima” e quell’“ancora” inclinano piuttosto all’idea dell’estinzione del cattolicesimo organico, serio, a un tempo identitario e “medio” (come ha detto Fefral con bella espressione), che a quella dell’estinzione dei “cattolici adulti”.
Certo non ha torto Erika, quando dice (da agnostica in ricerca!) che si dovrebbe poter concepire un gruppo – che sarebbe la Chiesa – tale da rendere possibile un incontro dialettico tra parti diverse, perché così è la vita quotidiana, e la Chiesa cattolica ha l’innegabile merito storico di saper aderire, nel bene e nel male, alla vita quotidiana. Alessandro ha ben ricordato i presupposti e i limiti di questo confronto.
Cara Lucia F., sono contento di tornare a confrontarmi con te. Non ho un motivo per rifiutare il tuo invito ad andare a sentire la messa di S. Pio V: lo farò. Lasciami però dire che quel rito l’ho studiato con la venerazione che riservo a tutti gli stadi della Sacra Tradizione (e specialmente a quelli tanto importanti): per questa ragione t’inviterei a fare lo stesso con il rito di Paolo VI, considerando che le bestialità che su non pochi altari vengono perpetrate in nome di un presunto “spirito conciliare” non hanno niente a che fare con la Sacrosanctum Concilium e con la stessa Riforma liturgica (rimando per completezza a Riccardo Pane, “Liturgia creativa?” ). Ti assicuro che là dove il messale di Paolo VI è preso con serietà e amore il frutto spirituale non è da meno che nel rito di San Pio V.
L’annosa diatriba tra pro e contra è un tratto tipicamente italiano dell’approccio alle realtà complesse? Non so, don Fabio: per certi versi direi di sì, ma trovo che ancora una volta Alessandro abbia fatto considerazioni più che opportune. Consideriamo le acque in cui si barcamena la Chiesa francese… l’essere “cugini” non toglie che l’Italia non ha mai avuto alcunché di somigliante al gallicanesimo d’Oltralpe. Allora cos’è? Credo che sia la difficoltà di “stare” (grande verbo della fede) nella tensione delle cose belle e vere, preferendo d’istinto la sicurezza di un rifugio che crediamo sicuro: è la storia del vitello d’oro, che viene forgiato per dare un contorno e una consistenza a quel Dio di cui si sono visti i prodigi (mica erano cattivi, i fonditori del vitello d’oro!).
Infine, grazie Andreas: ti ho pensato non poche volte, scrivendo il post, e confidavo sulla duttilità della tua intelligenza e sull’apertura del tuo animo alla critica fraterna e curiosa.
La storia della fede mostra che il rifugio creduto sicuro si rivela fatalmente una trappola: Dio non salva per mezzo della forza, anche se dobbiamo fortificarci e star saldi quanto possiamo; Dio non perdona a causa del merito, anche se dobbiamo convertirci e «fuggire le occasioni prossime di peccato»; Dio non si fa conoscere nella nostra scienza, anche se è la fede che esige l’intelligenza del Mistero. Noi siamo la Sposa di Cristo, la Chiesa cattolica. Solo di Gesù Cristo (quello vero) abbiamo bisogno. Non certo di kappa.
