Il 6 novembre a Milano, Giacomo, di 12 anni, moriva in un tragico incidente mentre tornava a casa in bicicletta. Il nostro amico Giovanni ci ha fatto avere la lettera commovente, piena di dolore e di speranza che Don Fausto, il parroco dell’oratorio dove Giacomo andava a giocare, ha scritto ai suoi ragazzi.
Cari ragazzi,
scelgo, in questo momento della vita del nostro oratorio, di scrivervi questa lettera. I motivi sono diversi. Il primo è quello di dirvi l’affetto che nutro per ciascuno di voi: domenica sera, dopo la preghiera, vi guardavo mentre sostavate nel cortile, sotto il campanile. Mi sono accorto che vi voglio bene.
Il mio temperamento comasco non mi ha educato a esprimerlo in forma eclatante, sono abituato ad esprimere l’affetto con il gesto discreto degli occhi. Vorrei scrivervi anche per aiutarvi (aiutandomi) a decifrare tutte le onde che si muovono nel mare del cuore in questi giorni.
Nei minuti in cui guardavo il corpo senza vita di Giacomo, nel mio cuore ho avvertito l’onda forte dello smarrimento. In quel momento mi sentivo come uno che ha perso la via. Che non sapeva cosa pensare, dove guardare, a chi aggrapparsi. E’ come quando perdi la lucidità.
“Non è lui – Impossibile – Avranno sbagliato – Tra poco ci diranno che è un’altra persona che non conosciamo – Non è vero che è successo.” Questi sono i pensieri che lasciavano il mio cuore smarrito. Adesso che vi scrivo, capisco che era il bisogno di difendermi ma soprattutto il bisogno di prendere tempo e di pensare. In quel momento, nel mio cuore smarrito c’era l’esigenza di trovare qualcuno a cui aggrapparmi, di cui fidarmi, grazie al quale trovare la luce per vedere e non soccombere. Non smetterò mai di ricordare con gratitudine la mano forte di quel vigile del fuoco, che mi teneva la mano, mentre in ginocchio, davanti a Giacomo, vedevo il buio, il nero.
Il mattino della domenica, in cappellina, c’era freddo. I lumini che avevamo usato il sabato di preghiera erano lì per terra, spenti. La sera prima erano vivi, luminosi. Ora che scrivo, ricordo e rifletto: quel momento lo colorerei di rosso, cioè un colore forte per dire l’emozione dura della rabbia. E’ l’altra onda che si muove nel cuore. Mi domando ora, perché la rabbia dentro di me? Perché non sopporto che la vita sia fragile.
Fragile: ogni cosa termina, ogni vita termina, il dolore e la sofferenza, gli sbagli dicono che la vita è imperfetta
Esco dalla cappellina, vado in cortile dell’oratorio, piove forte, tutto è invaso dalle foglie cadute dagli alberi. In maniera chiara mi dico: “Giacomo non lo vedrò più. E’ proprio successo!”. Mi accorgo del bene che gli ho voluto e mi rattrista il fatto di non averglielo mai detto bene. E’ il momento dell’onda del dolore. Sento che il mio cuore è come l’oratorio in questo momento: freddo, vuoto.
Adesso che vi scrivo, scopro che il dolore è proprio questa sensazione di vuoto. Scopro che il dolore lo sentiamo perché dentro di noi c’è il bisogno di non stare da soli, di riempire la vita di relazioni belle, abitate dall’amore.
Il dolore è l’onda più dura, quella che ti trascina in profondità. C’è l’abisso senza fondo della rabbia, dove ti perdi.
C’e il tentativo di risalire a galla in maniera disordinata, tentando cioè di dimenticare, di stordirsi con la trasgressione. C’è il tentativo di salvarsi dimenticando il dolore, facendo tante cose con agitazione. C’è il tentativo del silenzio: “non ne parlo più Capitolo chiuso”.
Ora sto pensando, scopro che dipende da me scegliere di perdermi nell’abisso o di risalire. In altre parole, scopro che ci sono diverse possibilità per vivere il dolore. Nel cuore avverto l’onda della paura di perdere tutto e tutti. E‘ un’onda che ti toglie il respiro, ti blocca.
Lasciate che vi scriva qualche parola su questa paura. La notte del sabato mi sono svegliato improvvisamente e mi sono detto: “E se morissi adesso? E se morisse un’altra persona cui voglio bene?” Scopro che questa paura è radicata dentro noi uomini. Scrivervi questa lettera è una medicina, perché mi permette di scoprire che questa paura è dentro di noi, perché nel nostro animo c’è la voglia di vivere per sempre. Scopro che l’eternità non è una cosa che mi hanno piantato nella testa la mia catechista, la mia nonna, qualche libro di filosofia di cui ho capito ben poco. Scopro che l’eternità è come la fame o la sete: ce le ho dentro da quando sono nato!
Ritorno a ricordami quello che ho vissuto dentro di me domenica mattina in oratorio. E’ arrivata l’onda della nostalgia: “Io il Giacomo lo voglio rivedere”. La nostalgia è una ferita che rimane aperta. È il bene che voglio a questa persona.
Io non voglio dimenticare Giacomo e non voglio smettere di volergli bene: e allora ben venga la nostalgia. La voglio vivere. E’ la voglia di rivederlo. La nostalgia la dipingo con il colore giallo della luce, perché è l’anticamera della speranza.
Ritorno in cappellina, riaccendo tutti i lumini della sera prima. Scopro che il vuoto si riempie con la luce. La luce arriva dappertutto. Cosa fare adesso? L’onda dello smarrimento, della rabbia, del dolore, della nostalgia si agitano forte. Vado dove c’è la croce. Mi aggrappo alla croce. In quel momento non ho pensato a niente, non ho detto nessuna preghiera, mi sono solo aggrappato a quella croce e sono stato lì a piangere forte.
Dopo un po’ mi sono seduto, ho guardato la croce e lì mi sono fidato di quello che tanti mi hanno detto: Gesù è la buona notizia. E’ la buona notizia che Dio non è cattivo. E’ la buona notizia che Dio è stata la prima faccia che Giacomo ha visto quando ha chiuso i suoi occhi.
Gesù è la buona notizia che Dio ti prende per mano, ti aiuta a vivere bene ogni cosa fino a regalarti un posto in quel luogo che ci hanno insegnato a chiamare Paradiso. Un giorno ho scoperto che Paradiso è una parola che vuol dire Giardino.
Il giardino per un campagnolo come me, mi fa venire in mente una cosa bella, piena di luce, dove giochi, dove ti stendi su un prato, dove scopri sempre qualche cosa di nuovo, dove ti entusiasmi ad inventare giochi con cose semplici, dove sei libero di fare un po’ quello che ti viene in mente.
Gesù è la buona notizia che tutto questo esiste. Non so come sarà davvero il Paradiso.
So solo che Gesù è morto e risorto.
Ci sono stati uomini e donne che lo hanno visto risorto. Basta! In quel momento in cui guardavo la croce mi sono ancora fidato di Gesù. Le domande che prima gridavano dentro di me (dov’era Dio? perché non ha ritardato o anticipato la portiera aperta, il tram che passava?) scopro che non erano più importanti. Mi sono ricordato quello che ho sentito per radio il giorno del funerale di Marco Simoncelli. Il prete che predicava diceva: “dov’era Dio nel momento della caduta di Marco? Era lì ad accoglierlo”. Basta! Mi fido! Mi aggrappo!
Quando Giacomo ha chiuso gli occhi ha visto Dio che lo ha accolto, che gli vuole bene. Basta! Mi fido. Del resto in mezzo al mare in tempesta se vedi un pezzo di legno ti aggrappi per non annegare. E la croce è fatta di legno. Come vivere adesso? Cosa vuole dire “aggrapparsi alla croce?” Trovo la risposta in alcuni aspetti della vita di Giacomo. Giacomo sorrideva perché (come mi piace pensare) trovava il lato buono di ogni cosa.
Giacomo conosceva tanti, ma gli amici se li sceglieva bene. Non per diffidenza, ma probabilmente perché sapeva già nel suo cuore che l’amicizia è come il vino: bisogna sceglierlo bene e gustarlo con calma. L’amicizia è cosa preziosa. Giacomo pregava. Leggeva tutti giorni un pezzettino di Bibbia. Forse aveva scoperto che Dio è come il sale: tira fuori il sapore buono da ogni cosa. Giacomo era fedele alla sua famiglia, al suo oratorio (lo scrivo riempiendomi un po’ di orgoglio), al suo dovere. Dove trovava il buono, lui lì si aggrappava. Mentre scrivo mi viene un po’ la paura di iniziare a descrivere Giacomo come una sorta di santino… Giacomo non era così. Era disordinato (vedeste la sua camera. . .), non era Dante Alighieri, era timido, un po’ distratto. Insomma era normale.
Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: fidati di Dio e osserva quello che ti indica, perché qui sta tutto ciò che è importante.
E’ la frase della Bibbia dove Giacomo ha lasciato un segnalibro. Giacomo ha vissuto così? Non posso esserne sicuro. Giacomo voleva vivere così? Mi pare di poter dire di sì. Io voglio vivere cosi? Sì, nonostante i miei difetti. A voi propongo di vivere così? Sì. Dobbiamo sceglierlo ed aiutarci a vivere così.
Domenica sera, dopo la preghiera, mi avete fatto pensare tanto. Usciti dalla chiesa vi siete fermati tutti, nel cortile, tra il campanile e la ruspa. In quel momento come una pallina, saltavo da un gruppetto all’altro, volevo guardare tutti, uno dopo l’altro, in faccia, volevo dire a tutti, la mia vicinanza e il mio bene, volevo essere attento a tutti. Adesso, mentre ripenso a quei minuti, penso che non sono falso o esaltato dall’emozione del momento se vi scrivo: vi voglio proprio bene.
Ciao e grazie di cuore.
